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Che ne è
degli organi collegiali istituiti con i
decreti delegati del lontano 1974? Non se ne
vuole ufficializzare la morte, di fatto, la
celebrata democrazia tra i banchi, è
rimasta in vita solo per un paio di decenni.
Via via la fiducia reciproca tra le
componenti della istituzione scolastica si
è affievolita fino a spegnersi nel
disinteresse dei più e nella velleitaria
volontà dei governi in carica di una
riforma che ridesse fiato alle
rappresentanze collegiali.
Non inganni la percentuale degli alunni che
chiamati annualmente alle urne per eleggere
i loro rappresentanti nei consigli di classe
e nel consiglio di istituto, votano in
maniera lodevolmente massiccia. Esercitano
il loro diritto per una consuetudine
agevolata da qualche ora di disimpegno
mattutino dalle lezioni. Una boccata d'aria,
fuori dalle mura dell'aula fa sempre bene.
Il termometro della salute degli organi
collegiali è quello dei genitori. Qualche
giorno fa in un istituto del nord a votare
per i rappresentanti dei genitori in una
classe, erano solo in due. Si sono in buon
accordo scambiato il voto e sono stati
confermati. I genitori battono fiacca. Se li
volete a scuola, chiamateli al colloquio con
i docenti sul profitto dei figli. Una
visitina breve, uno scambio di secche
battute: tutta qui la collaborazione tra le
due componenti, assi portanti per una scuola
efficace.
Ora, la riforma degli organi collegiali
dovrebbe più che badare alle presenze
numeriche di una o di un'altra componente,
ridefinire il rapporto scuola-famiglia in
termini di dialogo educativo. Se ne
accorsero della necessità di dimensionare
su tale lunghezza d'onda, i legislatori
degli Anni 60. Al momento di disegnare la
struttura della scuola media unificata,
prescrissero (ahimé solo sulla carta!), che
ciascun consiglio di classe venisse
affiancato da una équipe
socio-psicopedagogica. Di scuola dotate di
tale importante organismo, se ne conoscono
assai poche. Codesta è proprio la carenza
della scuola attuale: assegnare ai docenti
competenze che essi non hanno. La cultura
(quando c'è!) non è debitamente assistita
da competenze psico-pedagogiche si vanifica
nel gran mare della chiacchierologia
letteraria. L'alunno resta ai margini del
processo educativo, perché se ne sconosce
l'identità. Parlare del bambino o
dell'adolescente in un consesso di pur
validi docenti è da vero un inutile rito.
L'alunno resta uno sconosciuto.
Assenti dalla società i valori
tradizionali, superato il modello
patriarcale e autoritario della famiglia,
che fa la scuola per non far crescere
piccoli delinquenti, cui si dà tutto per
non ricevere nulla?
Manca la pedagogia del sentimento, quella
tale fiamma che alimenta pensieri con
rapporti societari leali, solidarietà con
il prossimo.
Il Parlamento attuale anche se il ministro
della pubblica istruzione Moratti ha
disegnato un suo progetto di riforma, pensi
a rifondare gli organi collegiali non tanto
su basi di partecipazione numerica, quanto
su compiti di doverosa assistenza a chi
esercita i mestieri più difficili: genitore
e docente. Per fare il padre o la madre oggi
non bastano gli apprendimenti empirici che
si tramandano da una generazione all'altra,
per amministrare la docenza non è più
sufficiente attingere al pozzo più profondo
dei saperi specifici.
L'educazione alla saggezza diventa primaria.
Per esercitarla scuola e famiglia
abbandonate a se stesse possono, come
avviene nel nostro tempo allevare anche
spietati mostri.
Girolamo Barletta |