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EDUCARE ALL'INTERCULTURA
La scuola microcosmo di differenze
di LAURA TUSSI
La scuola contemporanea diventa sempre più un luogo
di incontro di bambini e ragazzi che provengono da
origini, storie di vita e di esperienze, culture,
realtà sociali e paesi diversi, differenti e
dissimili dalla realtà tradizionale dei Paesi
d’accoglienza. I dati del Ministero dell’Istruzione
rivelano che sono presenti nelle scuole dello Stato
più di 140000 stranieri che aumentano di numero ogni
anno, creando vari problemi di inserimento
nell’ambito del tessuto sociale d’accoglienza e
varie e notevoli difficoltà di integrazione
culturale, di lingua, usi e costumi. Sempre più la
scuola si confronta con esigenze di conoscenza di
altri mondi e di altre infanzie di tipo “diverso”,
di matrice “altra” caratterizzati da differenze
implicite ed esplicite, quindi più o meno evidenti
e, a volte, più o meno facili da tollerare,
accettare, condividere, mettere in comunicazione e i
bambini italiani si trovano a crescere con coetanei
che arrivano da altri Paesi, da altre Nazioni, da
realtà territoriali “altre”, ossia dissimili o che
nascono in Italia, ma hanno tradizioni, religioni,
lingua, usi e costumi differenti. Il ritmo di
crescita degli alunni stranieri è intorno al 18% a
livello nazionale. Invece in Milano e Provincia il
livello di crescita è ancora più elevato. I bambini
che apportano nell'incontro con la terra
d'accoglienza altre culture o altre esperienze della
loro storia di vita, non sono solo quelli stranieri.
Per esempio vi sono bambini di nazionalità italiana
che però hanno un ricordo importante e
imprescindibile di storia di vita riguardante
l’”altrove”, ossia la realtà territoriale da cui
provengono, anche per nascita, origine e radici
culturali.
Poi abbiamo bambini italiani di nazionalità, ma
figli di coppie miste, quindi con riferimenti ad
altre religioni, lingue e culture. Dentro il
microcosmo di una classe scolastica brulica la
differenza delle realtà umane ed etniche, appunto
differenti e dissimili dal mondo e dalla cultura
occidentali, le quali comportano notevoli ricchezze
nel confronto nell’interscambio, in quanto
sussistono e coesistono un insieme di storie di
bambini e ragazzi stranieri fortemente legati
appunto emotivamente per loro esperienze di vita e
memorie all’”altrove”. Le tendenze sono quelle di un
aumento di tali presenze.
Cosa può fare un progetto di scuola per tutti, che
tenga conto di ciascuna realtà?
Occorrono nuovi materiali, attrezzature per non
trovarsi sguarniti e deprivati di potenzialità
attuative e di metodologie perché anche per noi
docenti ed operatori socioculturali le
trasformazioni interculturali sollecitano ad un
cambiamento professionale, quasi una migrazione
verso l’”altro” e verso l’”altrove”. Occorre
accoglienza incentrata nella relazione tra adulti e
bambini, molteplici meccanismi di interrelazione
nell'ambito di un' ampia gamma di interazioni di
comprensione e costruzione di un tessuto di scambio
esperienziale all'interno della scuola nei confronti
della famiglia che viene da lontano. E’ importante
la comunicazione per cui le scuole devono prevedere
materiali scolastici formativi, didattici ed
educativi nella lingua d'origine e dare messaggi
anche di routine nell’idioma originario delle
famiglie d’appartenenza. Un altro elemento
importante per l’accoglienza è la normativa per cui
per l’assegnazione della classe bisogna tener conto
del criterio dell’età del ragazzo. Il nuovo alunno
viene messo nella classe corrispondente all’età. Si
può decidere di retrocederlo perché poco
scolarizzato o perché arriva in un periodo dell’anno
scolastico avanzato, ma solo tramite una delibera
del Collegio dei docenti. Quindi la retrocessione
non deve essere automatica o per decisione del capo
d’Istituto. Sono state prodotte per le scuole delle
schede d’osservazione degli alunni stranieri di tipo
non verbale e graduate, quindi inerenti l’area
riguardante il settore logico-matematico, la
memoria, le funzioni cognitive di base, lo schema
corporeo e le capacità di tipo grafico. Quando la
scuola accoglie un alunno straniero in corso d’anno,
una commissione per l’accoglienza, che ogni istituto
dovrebbe costituire, ha il compito di osservare le
capacità e le competenze del ragazzo.
Una scuola per un adeguato progetto d’accoglienza
deve munirsi di materiale di comunicazione
scuola-famiglia nella lingua d’origine; deve
affrontare la conoscenza della normativa
sull’inserimento in modo tale da evitare spiacevoli
insuccessi dovuti al ritardo scolastico; deve
munirsi di griglie di valutazione inerenti il
funzionamento della scuola nei paesi d’origine, e
schede a carattere cognitivo di tipo non verbale.
Occorre che tutte le scuole adottino i materiali
utili all’accoglienza. L’insegnante può trovare
nelle classi bambini stranieri che non condividono
la lingua orale, quindi non si ha all’interno del
gruppo classe, una lingua comune di partenza.
L'insegnante in queste condizioni deve aiutare i
ragazzi stranieri e insegnare l’Italiano per
comunicare ogni giorno, nel qui ed ora, nell'hic et
nunc, quella che si chiama la lingua
contestualizzata, ossia l’idioma che si ascolta e si
vive sempre, nel quotidiano, riferito agli oggetti,
alle cose o alla propria esperienza personale. Nello
stesso tempo il bambino straniero deve usare
l’Italiano non solo per comunicare, ma anche per
studiare. Il primo ostacolo è superabile in un tempo
minimo che dipende dall’età del soggetto e dalla
lingua d’origine, se è più vicina foneticamente
all’italiano, e dipende anche dalle interrelazioni
con il mondo esterno che accelerano l’assimilazione
cognitiva della lingua parlata nella nazione
d'accoglienza. L’ostacolo più grande è
l’apprendimento della lingua per studiare che
prevede tempi molto lunghi, in cui è difficile
comprendere e assimilare l'idioma e produrre a
livello linguistico dei contenuti. Occorrono quindi
testi semplificati, materiale di studio che agevoli
la comprensione e non un curriculo di serie “b”, ma
un insieme di tecniche e percorsi didattici di
esemplificazioni, ossia esplicativi di grammatica e
contenuti, facilitando l'acquisizione dei fondamenti
linguistici.
Cosa si intende per Pedagogia interculturale?
La parola “multiculturale” si utilizza in modo
descrittivo per far presente la coesistenza di
diverse etnie in un unico territorio.
“Multiculturale” è un termine tipico di quei
progetti del mondo anglofono dove nelle comunità
vivono gruppi di minoranze etniche, le une accanto
alle altre, con modalità relazionali attive,
produttive, di interscambio e sviluppo, ma senza
un’accentuata condotta basata sull'interazione,
ossia senza una volontà interrelazionale di matrice
assimilazionista. La scuola multiculturale rischia
la frammentazione e l’isolamento tra gruppi. Con
l’accezione “interculturale” secondo il modello
pedagogico europeo di Francia, Germania e Italia si
dice che i gruppi e le minoranze composte da singoli
individui non devono vivere nelle loro “piccole
patrie”, ma risulta necessaria la convivenza in un
territorio comune, attraverso interscambi di
cultura. E’differente anche il disegno di tipo
politico rispetto agli spazi delle minoranze. Per
esempio la Francia non riconosce i gruppi come
soggetti, ma gli individui e le persone, perché le
comunità chiuse possono disgregare la convivenza
democratica, mentre secondo il modello inglese si
attribuisce identità ad ogni minoranza, a discapito,
però, del confronto e dell’interrelazione
multiculturale.
Quindi coesistono due modalità politiche di
concezione dello straniero.
Si possono sostenere le comunità come gruppi
autoorganizzantisi e d’altra parte sussiste un
progetto pedagogico di intercultura che accoglie e
valorizza gli elementi di differenza culturale
agevolando l’interscambio e il confronto proficuo.
L’”ERRANZA” DEL
PENSIERO NEI LUOGHI DELLE DIVERSITA’INTERETNICHE ED
INTERGENERAZIONALI. SPAZI E TEMPI DI UN PROCESSO
STORICO “INFINITO”.
di Laura Tussi
La filosofia delle differenze e delle diversità,
attraverso la molteplicità dell’erranza: “Wanderung”,
migrazione, viaggio.
Le differenze non interessano tanto le
dimensioni di spazio e tempo, concetti formali o
formalizzati di un “a priori” di senso interno ed
esterno, ma di una pluralità di “spazi e tempi” in
genesi, in fieri, in formazione che stabiliscono
percorsi di senso in cui viene alla luce la varietà
dell’errare e la differenza delle generazioni nelle
declinazioni storiche epocali, di transizione. Per
cui si considerano vari concetti in riferimento allo
spazio dell’erranza e del viaggio, ambito delle
diversità e del percorso che Stearn, romanziere del
‘700, considerava spazio contemporaneamente
progressivo e digressivo. Il viaggio, il vagare,
l’errare senza meta (Wanderung) sono processi
progressivi che permettono di avanzare, per cui non
obbligano la stasi in una posizione definitiva, ma
sono anche digressioni perché il procedere non
risulta lineare, ma consiste in una dinamica
progressiva che conosce svolte, anse, anfratti ed
affronta le problematiche aperte del “non finito”,
comportando il rischio, l’incognita della diversità,
pluriverso della differenza.
In questo essere digressivo il viaggio e l’erranza
non sono vuoto perché producono contenuti se
diventano spazio di generazione, per cui attraverso
le differenze intergenerazionali comprendiamo il
senso storico generativo, progressivo delle varie
epoche. Le generazioni erranti tra gli spazi ed i
tempi della differenza insegnano a cogliere il
valore ed il profondo significato della differenza
stessa, considerata come ricchezza, opportunità di
rinnovamento, ambito e spazio di riconoscimento
perché non è possibile riscoprire la propria
identità se non confrontandola con la diversità, l’alterità,
le differenze tra generazioni, osservando vari
passaggi, luoghi, terre di mezzo, viaggiando al loro
interno senza pregiudizi, stereotipi mentali di
sorta.
Il problema della differenza consiste nella
sperimentazione del riconoscimento, nell’affrontare
e confrontare l’altro da sé. Non siamo se non
attraverso gli altri che confermano i nostri
assunti, attraversando i luoghi della storia, con
chi attua percorsi formativi diversi, come testimoni
di differenti generazioni e di variazioni,
transizioni e traslazioni all’interno delle
temporalità epocali.
La questione relativa al concetto di differenza è di
matrice pedagogica perché insegna sempre nuovi
elementi costruttivi del proprio sé attraverso le
verità evidenti, emergenti dall’incontro e
confronto. La diversità prevede e comporta il
cambiamento, la transizione, l’erranza.
La condizione normale dell’atmosfera è la turbolenza
degli elementi: il mondo in movimento, le migrazioni
di popoli, il viaggio poetico e le appartenenze che
non coincidono con i territori geografici sono fonte
di alterità, di incontri, scontri, conflitti
attraverso il poliedrico spettro prismatico delle
differenze.
Il viaggio femminile, che presenta la caratteristica
peculiare “dell’uscire dal recinto”, dall’alveo,
dall’alcova, dal cortile del domicilio, ed invertire
il ruolo di Penelope che attende, aspetta con
pazienza, indica il significato apportato dai nuovi
fenomeni di migrazione delle donne, ribaltando una
tradizionale divisione di ruoli all’interno delle
relazioni di genere, nell’ambito dei processi
migratori. Il viaggio e l’”errore dell’erranza”
rappresentano una metafora pedagogica intesa come
ricerca di sé nel nulla, nel vuoto, nell’ignoto, per
creare spazio interiore, alla ricerca di un tempo,
di una memoria per ricostruire matrici di senso e
significato dell’essere.
Esistono erranze per fuga , per esilio, per paura,
per spirito di avventura e di ricerca.
Cosa significa trasmettere errando, da una
generazione all’altra , la cultura originaria,
d’appartenenza? L’erranza comporta relazioni,
intrecci, meticciamenti, discrasie, discrepanze,
mescolanze, nell’incontro con le differenze, con le
contaminazioni linguistiche, gli usi, costumi,
tradizioni, norme, leggi, rituali, convenzioni.
Il conflitto che scaturisce dall’interazione tra
differenze genera spesso fraintendimento, malinteso,
incomprensione, esclusione, in reciproche
intolleranze. L’erranza riguarda tutti, concerne ed
impernia le storie personali, le biografie, gli
eventi individuali e collettivi, dei popoli. Siamo
tutti erranti del pensiero rispetto al tempo, alla
nostra formazione, ai nostri progetti di vita, alla
rappresentazione di noi elaborata nel corso della
personale crescita ed evoluzione nel passato,
nell’attualità e contemporaneità del presente che
pratichiamo. Siamo erranti rispetto ai territori,
alle appartenenze culturali, alle identità, alle
stagioni/età della vita. Nel percorso personale ed
individuale di crescita, sviluppo, evoluzione e
formazione abbiamo imparato nel tempo a sperimentare
i temi, i problemi legati all’infanzia, le
difficoltà dell’adolescenza, l’avventura, le novità,
la progettualità dell’età giovanile e adulta, le
memorie, le riflessioni della terza età. Quindi
siamo erranti, continui migranti, in transizione,
rispetto ai tempi, ai territori, alle emozioni, ai
contenuti, ai concetti e pensieri della nostra vita,
dei progetti premeditati, preconcepiti relativi al
futuro ed alla riflessione rispetto alla reale e
mutata immagine di noi stessi nell’attualità del
presente.
Siamo erranti rispetto allo spazio perché serbiamo
in memoria territori e luoghi dell’infanzia remota
di nostre profonde ed intime radici affettive,
amicali, segnate dalle nostalgie, dal desiderio di
ritorno e di appartenenza ad un luogo, teatro del
vissuto.
Siamo erranti rispetto alle nostre identità,
attraversando spazi di vita diversi, nell’ambito
degli affetti, delle professioni, dei vari luoghi
teatro dell’esistenza in cui le differenti
circostanze richiedono di essere attori proteiformi,
diversi, transitori, ciclici, ricorsivi, in scomode
e continue metamorfosi, transizioni, traslazioni,
usando linguaggi, modi di essere e comunicare
differenti, mimetici, caleidoscopici, attuando così
plurime forme di erranza, di trasmigrazione nel
quotidiano.
Errare è scoperta, stupore, meraviglia, illusione
rispetto all’altro, al diverso, per questo comporta
fatica, difficoltà, incomprensione, conflitto.
Stupore, meraviglia scoperta, conquista, ma anche
faticosa difficoltà nell’erranza che comporta
perdite, delusioni, disillusioni, abbandoni. La
Wanderung è vuoto, ignoto, perdita di relazioni, di
riferimenti, di affetti e legami: nostalgie. E’
incontro con altre dimensioni culturali, altri
luoghi, differenti territori e paesi. L’erranza come
migrazione è smarrimento, abbandono, dimenticanza,
oblio di affetti, riferimenti, appartenenze,
sperimentazione e riscoperta di nuovi sentimenti,
emozioni, stati d’animo. Cosa implica l’incontro con
la differenza dell’immigrato, dell’altro da sé per
genere e generazione per lingua e cultura? Quando
incontriamo le “affinità”, l’esatto contrario delle
“diversità”, quando amiamo e accettiamo coloro che
ci somigliano, che ci sono affini, siamo confermati
nei nostri assunti, nelle nostre categorie di
pensiero, matrici culturali di senso, di
riferimento, di valori nella condotta nel
comportamento etico, in asserzioni e stereotipi, che
vengono confermati e resi più sicuri, stabili,
corroborati e suffragati da certezze. Ma questo
atteggiamento passivo, statico può significare e
comportare immobilità, chiusura, preclusione,
evitando di intraprendere la strada del cambiamento,
della scoperta, dell’apprendimento attraverso la
relazione, nell’”avventurarsi altrove”, nel
“ricercare oltre”. Tornando a rileggere la personale
biografia ci si accorgerà che l’apprendimento
avviene solo nell’incontro con la differenza,
l’ostacolo, la promiscuità, la discrepanza, l’altro
e gli altri da sé perché le affinità confermano,
appagano, giustificano, accolgono, mentre le
diversità scompigliano, modificano, smentiscono,
infastidiscono, disapprovano, negano, rifiutano,
sconfessano, mettono in crisi i nostri assunti, le
categorie di pensiero, le certezze precostituite,
permettendo di intraprendere percorsi nuovi di senso
e significato dell’esistere. L’incontro, il
confronto, lo scontro, il conflitto con la diversità
attraverso l’erranza, significa apertura verso il
nuovo, sviluppo del pensiero, evoluzione nelle
formulazioni concettuali, nel relazionarsi con se
stessi e con il mondo, eliminando le incrostazioni
abitudinarie, le difficoltà, i disagi
interrelazionali, attenuando il pregiudizio
stereotipato, accettando rinnovate emozioni,
sensazioni, affrontando le frustrazioni
dell’incontro/scontro con la differenza che
provocano incertezza, senso di instabilità, di
vuoto, di ignoto nel non essere confermati
dall’altro.
L’incontro con la differenza può diventare
conoscenza, apprendimento, scoperta, rivelazione di
novità, tramite lo stupore infantile, la meraviglia
innocente, accettando di osservare dentro di sé le
situazioni, i momenti, i vissuti di quando ci si
sente estranei a se stessi, stranieri, in ricorsive
e transitorie eclissi di senso e d’identità.
Vivere la dimensione di estraneitudine può aiutare a
stabilire relazioni con l’altro, nell’incontro con
la differenza, per abitare le “terre di mezzo”, i
luoghi tra un confine e l’altro, per essere in grado
di reinventarci mediatori, migratori, costruttori di
ponti interrelazionali, saltatori di muri
interetnici, di barriere caratteriali, esploratori
di frontiere piccole e grandi legate anche alla
quotidianità, per affrontare il pluriverso dell’alterità,
per andare oltre. Sono utili persone che sappiano
vivere e gestire l’incontro con la differenza,
abitando l’incertezza, attraversando confini,
abbattendo muri, costruendo ponti di relazioni, per
diventare mediatori di mondi e culture nel
pluriverso della storia, nel relazionarsi degli
eventi epocali. Scoperta, stupore, meraviglia,
vuoto, ignoto, nostalgia, abbandono, perdita di
relazioni, di affetti, di appartenenze, di
riferimenti, d’identità, sono situazioni,
sentimenti, stati d’animo tipici dei differenti modi
di concepire l’errare. L’erranza interiore nella
riflessione sul personale passato, nella ricerca e
riconquista del proprio sé pur in scomode, continue,
ricorsive transizioni, repentine traslazioni e le
modalità della Wanderung, nel viaggio d’emigrazione,
nell’esilio, nella riconquista di un proprio
spazio/tempo, non solo interiore, ma anche
esteriore. Al centro del concetto “erranza” è il
disagio della fatica nell’incontro, l’ossessione del
conflitto, con la diversità nelle molteplici
differenze, pluriverso olistico di entità ed
identità. Bachtin considerava l’extralocalità o
essotopia, la capacità di riuscire ad essere e
vivere contemporaneamente, sincronicamente nel luogo
del proprio sé e dell’altro, per non restare statici
all’interno delle proprie frontiere, limiti,
convinzioni, barriere, muri relazionali che,
paradossalmente, esigono e comportano, di converso,
il loro stesso superamento, l’andare oltre…
Appartenenze: il “pluriverso” delle differenze
interetniche ed intergenerazionali nell’evoluzione
storica e sociale.
Le dimensioni dell’erranza e delle generazioni
interagiscono a vicenda, complementandosi.
Le generazioni nelle epoche, nel corso della storia
remota o recente, riguardano tutti, per i risvolti
interrelazionali che stampano in noi solchi, tacche,
tappe del tempo di appartenenze o differenze, che
comunque segnalano la comunicazione e l’interazione
tra più persone.
Le generazioni delle donne apportatrici di
cambiamento nel ’68, rappresentano quella fascia
femminile che ha cominciato a pensare su di sé, a
praticare un lavoro di riflessione sul proprio sé,
cambiando così i destini tradizionali delle donne.
Le relazioni tra generazioni che rivelano spesso
punti oscuri e nevralgici di pregiudizio, in questo
peculiare momento epocale, di passaggio e
transizione generazionale sono inedite e memorabili.
I cambiamenti apportati dalle “state giovani” del
’68 hanno generato differenti relazioni
intergenerazionali. Per esempio non esistono
passaggi di modelli. Le “ereditiere”, le giovani
generazioni femminili, non hanno accettato la
“consegna”, in vissuti di mancato riconoscimento e
disdetta dell’eredità dove non esiste trasmissione,
accettazione, integrazione e consegna di eredità.
Non si effettuano passaggi di modelli tra uomini, si
verifica assenza di conflitto intergenerazionale,
senza imbarazzi e pesantezze perché il pregiudizio
entra in questi vissuti, nella difficoltà di
comunicazione, sorta dalla crisi di un modello
tradizionalista di patriarcato, dalla nascita dei
nuovi padri. Dalla crisi del modello assolutista del
maschio, gli uomini hanno compreso la possibilità di
crearsi spazi per ripensarsi come genere, portatori
di un’acquisita eredità femminile postsessantottina,
come ambito e spazio per riflettere e che il
maschio, l’uomo forte per obbligo e non per scelta
del passato non poteva legittimare.
Il pregiudizio intergenerazionale ha sempre
rappresentato una particolare modalità di
comunicazione, di espressione nelle relazioni tra
generazioni. L’atteggiamento pregiudiziale, il
cattivo giudizio degli adulti nei confronti dei
giovani ha diverse radici, significati, motivazioni
e giustificazioni, impedendo la rigenerazione
ricorsiva, l’erranza, i passaggi di consegne di
eredità tra generazioni, tra epoche, nella
trasmissione di significati, valori racchiusi nella
memoria storica remota e recente, nell’impegno
intellettuale e culturale al servizio del sociale
per sostenere i valori etici della “comunità
educante”, della società aperta al cambiamento, gli
ideali democratici della “Resistenza” alle
dittature, contro sciovinismi e imperialismi, i
valori, le conquiste, i diritti acquisiti con le
rivendicazioni e trasformazioni del movimento
sessantottesco che devono essere tramandati di padre
in figlio, dove la società sia una grande famiglia
educante con punti e figure di riferimento tra
generazioni, dove esistano “padri” e “madri” che
trasmettano i valori dell’appartenenza alle
generazioni che hanno vissuto e sofferto un tempo di
lotte di rivendicazioni, di traguardi e conquiste
che non va dimenticato, scadendo nell’oblio della
modernità. La trasmissione della memoria storica di
generazione in generazione “…per non dimenticare” e
non ripiombare negli errori della storia,
nell’intolleranza cieca nei confronti delle
diversità, nello spettro dei conflitti civili
armati, nelle dittature di qualsiasi colorazione,
nei nazionalismi esasperati, negli sciovinismi ed
imperialismi esacerbati da conflitti
Il “filo rosso” della storia unisce le nuove
generazioni ai vecchi “padri” della resistenza prima
e del ’68 poi, per tramandare e portare avanti il
vero impegno intellettuale, culturale, quindi etico
nella società contemporanea, nell’attualità del
presente, in prospettiva futura, per le nuove
generazioni, come eredi ed ereditiere dei movimenti
di emancipazione tra i sessi, tra classi sociali,
per la conquista di libertà e parità di diritti, per
la risoluzione del sottile contrasto dicotomico tra
differenza e discriminazione, in vista
dell’abolizione di pretese, prevaricazioni
classiste, di subdole manovre revisioniste e,
addirittura, negazioniste della storia, della verità
ed obiettività del relazionarsi degli eventi, al
fine della messa in discussione, la confutazione
logica del principio di autorità assoluta, per
l’emancipazione dal patriarcato, dal dominio e
strapotere “dell’uomo forte”. Devono convivere,
finalizzate al confronto e all’arricchimento
reciproco, le diversità di pensiero, di genere, tra
sessi, culturali, etniche, razziali, religiose, ma
non devono sussistere, in uno stato di democrazia e
progresso, diversità discrimianti e differenze
discriminate circa i diritti inalienabili dell’uomo.
Il confronto tra diversità per andare oltre…
Dunque la riflessione relativa ai concetti di
erranza e di generazione invita a declinare il
pensiero in una dimensione praticamente storica, in
categorie spazio/temporali. Gli interventi in ambito
educativo e pedagogico spingono intorno ad un nucleo
come il tema del disagio relazionale ed
intergenerazionale, della perdita di un centro, di
figure di riferimento, del proprio ruolo e posto nel
mondo, nella storia, nell’evoluzione dei tempi, con
l’incapacità di riconoscersi in uno spazio e tempo
personali, di riflessione sul proprio sé e sul
passato personale, individuale e collettivo, che
renda riconoscibile e dotato di senso l’agire e il
ricordare, il rimembrare e commemorare. Il disagio
generazionale è frutto di crisi culturale, di
perdita di memoria storica, a livello personale e
collettivo.
Dal disagio scaturisce l’errore, il desiderio
d’erranza, l’evasione alla ricerca di nuove forme
del sé in categorie di pensiero spazio/temporali,
nel corso dell’evoluzione storica personale e
globale, nell’esistere in un luogo secondo una
propria, personale memoria. La risposta è il modello
di solitudine esistenziale, come dialogo con il
proprio sé, pur nella convivenza (di cui parla Maria
Zambrano), che può avere vantaggi difensivi
notevoli, ma comporta anche resa, rassegnazione di
fronte ad un mondo, ad un modello culturale ad un
sistema di progresso insostenibili. Forse i fenomeni
di reinsorgenza del religioso, dell’archetipo del
sacro, tanto frequenti nel nostro tempo, vogliono
rappresentare una possibile risposta, un senso e
significato giustificativo a tale condizione
storica.
Ciascuno vive la situazione di solitudine
esistenziale, nell’inevitabile processo di
individualizzazione dei destini di fronte al mondo
ed al corso della storia, al relazionarsi degli
eventi che ci travolgono. Come attribuire matrici di
senso e di signi ficato all’esistere, all’essere al
mondo, riconoscendo e riscoprendo il valore e
l’identità del destino individuale, personale di
ogni singolo soggetto inserito nel popolo, parte
integrante ed indispensabile del tutto, attore della
storia, proprio adesso che le grandi ideologie,
matrici e categorie archetipiche del pensiero, sono
svanite e avanza impellente la secolarizzazione,
l’etica dei consumi e la modernità lacerante
dell’oblio, nel pensiero pervasivo, omologante e
standardizzato, veicolato dai massmedia, per cui le
risposte ultime, cardine dell’esistenza, ovviamente
scaturiscono dal sacro?
L’erranza instancabile del pensiero indagatore,
analitico nella ricerca del senso e significato
ultimo dell’essere, il viaggio nella dimensione
interiore del sé, la Wanderung spazio/temporale,
l’esilio esistenziale nei luoghi dell’altrove
interno ed esterno al sé, costituiscono esperienze
uniche, straordinarie in cui avviene il confronto
con l’alterità, altruità dell’essere, dimensione
olistica interna ed esterna al sé, nell’altrove
spazio/temporale, per cui la prospettiva di
approccio fenomenologico a tale esperienza varia e
trova punti di riferimento sempre nuovi pur nella
ripetizione culturale ed ermeneutica,
interpretativa, dei termini ultimi.
Erranti che amano la vita e la conoscenza, che
suscitano interessi negli altri e affascinano al
gusto dell’ignoto nella ricerca inesausta,
insopprimibile, viscerale di verità, nell’avventura
inesplorata dei saperi per imparare a ricominciare,
a ricrearsi, a rinascere ogni volta per aprire
radure proprio dove più oscure diventano le idee e
le contraddizioni altrui, viaggiando con il pensiero
per andare oltre… nell’altrove di nuove esperienze,
nell’avventura esistenziale, la Wanderung
esplorativa, sconfiggendo lo spettro della morte
nell’annichilimento del lume della ragione,
diventando infaticabili erranti del pensiero,
seduttori curiosi verso l’ignoto del sapere, nel
mondo, per la conoscenza infinita, per la ricerca
esplorativa del vero senso della vita, delle verità,
liberando le idee da incrostazioni abitudinarie, da
convenzioni ottuse e convinzioni caparbie, trovando
un approdo nell’ascolto di chi forse non ha ancora
pensato la vita e la morte, ma l’ha solo narrata…là
dove gli erranti sfiorano i confini…
L’accezione del termine “differenza” (dal latino
dif-fero, disseminare, scombussolare, spargere)
implica l’idea della pluralità, pluriverso olistico
globale ed omnicomprensivo del concetto più
circoscritto di “diversità” (dal latino diverto,
diversus, contrario, opposto a, differente da).
Il territorio multiculturale, potenzialmente
interculturale , che vede l’avvicendarsi degli
spostamenti, migrazioni di interi popoli, che mette
a confronto differenti diversità, meticciamenti,
etnie, promiscuità e difficoltà aspiranti
all’integrazione, all’accettazione, accoglienza e
condivisione dell’altrui differenza, non per
sconfiggerla, annientarla, ghettizzarla, deturparla,
omologarla, in piatte, avvilenti, discriminatorie
standardizzazioni, ma per riconoscerla e
rispettarla, nella valorizzazione, arricchimento e
accrescimento reciproci, è il teatro della fiumana
degli eventi, in cui ognuno agisce come attore
consapevole del proprio sé, nella costruzione
dell’immenso mosaico della storia e dell’esistenza
nel corso ricorsivo, ciclico, proteiforme
dell’evoluzione dei tempi, del relazionarsi degli
eventi
Solo riappropriandoci come società multietnica,
aperta alle frontiere, ai confini europei, di una
ormai confusa identità ottenebrata e degradata dal
consumismo esasperato, dal livellamento culturale
delle coscienze, da stravolgimenti economico/sociali
apportati dagli ingenti fenomeni di capitalizzazione
industriale delle risorse collettive, solo
diventando attori del proprio sé, protagonisti
consapevoli della propria storia di vita e di
formazione, sarà possibile recuperare i valori
significanti di confronto e arricchimento culturale
ed interetnico vicendevole, nell’ambito di pluralità
d’identità interagenti all’interno del tessuto
sociale, mediante l’interscambio, accoglienza ed
accettazione, non falsamente ed ipocritamente
tollerante del “diverso”, dell’”altro da sé”,
dell’immigrato, straniero, portatore di novità, di
cambiamento, nella certa e riconquistata
consapevolezza, data dalla riflessione sul personale
passato storico, collettivo e individuale,
soggettivo, volta a rispondere alle domande
esistenziali ultime, cardine dell’uomo e della
memoria dei tempi: chi siamo, da dove veniamo, dove
andiamo.
Laura Tussi