Presso gli Aztechi la religione formava il fulcro dell’esistenza di ogni individuo, era la causa determinante di attività quali ed interveniva in ogni atto dell’uomo, dal momento della sua nascita fino a quando il sacerdote reclamava il suo cadavere per seppellirlo. Era dunque la suprema ragione delle azioni individuali e il fondamento dell’organizzazione statale; nella teocrazia Azteca le finalità belliche erano subordinate alla finalità religiosa: scopo delle guerre era la conquista di territori che potessero fornire i tributi necessari per ornare gli dei. E i tributi più richiesti erano le vittime da immolare alle divinità. Se la religione fu la forza e la causa determinate dell’impero Azteca, fu anche la limitazione fatale della sua cultura impedendo la introduzione d’innovazioni nella sua rigida struttura. Sua fine era di attirare le forze naturali favorevoli all’esistenza umana e di respingere quelle nocive.

E le pratiche rituali, i sacrifici umani l’auto-turtura e le penitenze dei suoi fedeli tendevano a rendere propizie le personificazioni di tali forze: le divinità. Nelle classi meno ambienti vi era la tendenza ad esagerare il politeismo, concependo come molteplici dei vari aspetti di un solo dio. La classe sacerdotale invece si sforzava di ridurre più divinità ad una sola e quando adottava nella religione Azteche le divinità dei popoli vinti cercava sempre ci considerare manifestazioni diverse dei propri dei.

Gli Aztechi credevano nel Dio Quetzalcoatl, una divinità simile al Sole, destinato a consumarsi tra le fiamme e a ritornare fra gli uomini sotto forma di una nuvola bianca. Tale credenza risultò fatale perché il primi uomini bianchi che apparvero loro vennero inizialmente scambiati per divinità. Ciò rese gli Aztechi aperti e fiduciosi verso i conquistatori e incapaci di organizzare una vera difesa militare. Nel corso di crudeli riti religiosi, usavano sacrificare agli dei i prigionieri di guerra.