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OGM: TRA MITO E REALTA’ Di
Paola Capozzi 1 1)
Cos'è
un OGM (Organismo Geneticamente Modificato)? Un OGM è un organismo il cui DNA è stato modificato in laboratorio attraverso l'uso di una tecnologia specifica (detta “del DNA ricombinante”). La tecnologia del DNA ricombinante permette di riconoscere ed isolare geni appartenenti ad un organismo, detto donatore, e di inserirli nel DNA di un secondo organismo, detto “ospite”. Nel caso delle piante transgeniche, gli organismi “donatori” sono per lo più batteri e/o virus mentre l’organismo ospite è una pianta di interesse agricolo (mais, soia, colza, cotone, tabacco nei casi più comuni). A
differenza di quanto affermano i sostenitori dell’agricoltura
biotecnologica, una varietà GM non
è equivalente a nessuna pianta ottenuta attraverso tecniche
"tradizionali" di incrocio: questo perchè, in un incrocio,
lo scambio genetico avviene nel rispetto delle barriere riproduttive,
prevalentemente attraverso l’accoppiamento tra individui appartenenti
alla stessa specie o a specie strettamente affini. L’intero processo di
ricombinazione e di espressione genetica, inoltre, non ha niente di
casuale ed è finemente regolato da meccanismi selezionati nel corso di
un’evoluzione durata milioni di anni. Le
piante GM sono delle vere invenzioni e, in quanto tali, sono brevettabili.
Ergo, a differenza di quelle tradizionali, le varietà agricole
transgeniche "appartengono" di fatto ai loro inventori e la loro
vendita sul mercato agroalimentare implica il pagamento di royalties
(diritti di proprietà intellettuale) proprio come avviene per un
qualsiasi oggetto frutto di innovazione tecnologica. 2)
Perchè
si modificano geneticamente le piante?
Senza
dimenticare che il pagamento dei diritti di proprietà intellettuale
rappresenta una notevole fonte di profitto per i proprietari del brevetto
su un OGM (con poche eccezioni, i proprietari di questi brevetti sono le
grandi multinazionali del settore agroalimentare o/e farmaceutico...), va
considerato che più del 98% delle piante GM attualmente in commercio sono
state modificate per resistere ad un erbicida (70%) e/o ad un particolare
tipo di insetto (27%) e/o a particolari tipi di virus (1%). La
tolleranza agli erbicidi e la resistenza agli insetti o ai virus sono
ottenute grazie all'inserimento di geni "esotici" che
provengono, quasi sempre, da batteri o da virus. Accanto a tali geni
(detti “strutturali”) vengono inserite anche sequenze di DNA che hanno
il compito di promuoverne e di regolarne l’espressione e che originano,
quasi sempre, da virus patogeni delle piante. Caratteristiche
come la resistenza agli erbicidi e/o alle malattie non implicano vantaggi
diretti per i consumatori, ma sono volte principalmente ad invogliare gli
agricoltori all’acquisto di sementi GM promuovendone la diffusione. La
maggior parte delle piante GM tolleranti agli erbicidi, a differenza delle varietà
convenzionali (non-GM), sopportano l’applicazione di queste sostanze
tossiche anche nel corso del loro ciclo vitale: gli agricoltori possono
quindi utilizzare l’erbicida quando vogliono, senza correre il rischio
di uccidere, oltre alle erbacce, anche la pianta che coltivano.
L’erbicida in questione è una sostanza chimica tossica (normalmente
glifosato o glifosilato) normalmente venduta dalla medesima multinazionale
proprietaria del brevetto sull'OGM. Chi acquista l’OGM, quindi, deve
acquistare anche l’erbicida cui esso è tollerante. Sentirete
dire che la tolleranza ad un erbicida è una panacea per la salute nostra
e dell’ambiente, in quanto riduce fortemente l'uso agricolo di queste
sostanze estremamente tossiche. Tale affermazione, tuttavia, è smentita
dai fatti: nei paesi in cui l'agricoltura biotech è più diffusa e (USA,
Canada, Argentina), l'uso di erbicidi non solo non è diminuito ma,
rispetto a quello che si riscontra nell'ambito di pratiche agricole
industriali pianificate, risulta notevolmente più elevato: tanto da far
richiedere alla FDA americana (l'ente preposto al controllo sugli alimenti
e sui farmaci) un innalzamento dei limiti residuali di erbicida tollerati
nei prodotti alimentari derivanti da questo tipo di OGM! Le
piante
GM resistenti agli insetti sono state geneticamente modificate con
l’inserimento di un gene batterico che gli permette di produrre,
soprattutto a livello dei semi, una
serie di tossine con proprietà insetticide su particolari tipologie di
insetti parassiti. Questo significa che la pianta GM, almeno fino a quando
l’insetto target non abbia selezionato ceppi resistenti
all’insetticida da essa prodotto, è protetta dall'aggressione di un
certo parassita. Ma non da quella di tutti gli altri!
Conseguenza: le piante GM resistenti agli insetti necessitano di
trattamenti pesticidi atti a prevenire l'aggressione da parte di tutte
quelle tipologie di insetti parassiti che non risultano sensibili alla
tossina transgenica. E
alla fine, sia i residui di erbicida che quelli di insetticida, finiscono
in ogni caso sempre per arrivare sulle nostre tavole accumulandosi nei
nostri organismi. Insomma,
le piante GM in commercio non sembrano essere né più sane, né più
buone, né più nutrienti, né più favorevoli per l’ambiente delle loro
cugine tradizionali coltivate con i normali metodi di agricoltura
industriale. Al contrario il loro uso implica rischi, potenziali e reali,
per la salute dell’uomo e dell’ambiente, rischi di cui ci occuperemo
in seguito. Ma
allora saranno più produttive! Sentiamo
spesso dire che l’applicazione delle moderne biotecnologie
all’agricoltura è mossa dall’esigenza di produrre maggiori quantità
di alimenti a fronte dell’incessante aumento della popolazione mondiale
che necessita di sfamarsi, in particolare nei Paesi in Via di Sviluppo. Conviene
qui rifarsi ai dati sulla produttività delle principali varietà
transgeniche (colza, cotone, mais e soia), dati dai quali non traspare
alcun aumento sensibile a carico della produttività delle varietà GM
rispetto a quella delle varietà tradizionali (già selezionate per dare
il massimo rendimento a regime di agricoltura intensiva). In sostanza,
tranne in casi relativamente rari di forte pressione ambientale
prevalentemente dovuta ad esplosioni demografiche nella popolazione di un
parassita sensibile al bioinsetticida prodotto da alcun piante GM
pesticide, le varietà transgeniche mostrano di avere produttività pari,
quando non inferiori, rispetto a quelle delle varietà parentali non GM
coltivate accanto ad esse e nelle medesime condizioni. Questo non
stupisce: le varietà geneticamente modificate sono organismi che
investono quote rilevanti delle proprie risorse nutrizionali, energetiche
e fisiologiche per produrre abbondanti quantità di sostanze che
normalmente non produrrebbero, sottraendo tali energie ai processi
implicati nella crescita e nelle risposte allo stress. L’agricoltura
biotecnologica e la fame nel mondo
L’agricoltura
biotech è praticamente una tipologia di agricoltura industriale, ad
elevato input energetico e nutrizionale: essa richiede, quindi,
investimenti tecnologici, chimici e ambientali. E’
un tale modello “esportabile” nei paesi in via di sviluppo? A quale
prezzo? Negli
anni 60 la rivoluzione verde apriva la strada al tentativo di esportare
nei paesi in via di sviluppo, afflitti dal problema della fame e
dell’insicurezza alimentare, i modelli agricoli industriali ad alta
produttività e ad alto impatto ambientale tipici dei paesi sviluppati. Si
riteneva che la diffusione di un’agricoltura intensiva e a forte
produttività, a fronte del drammatico incremento della popolazione e
della domanda di cibo, avrebbe messo questi paesi nella condizione di
provvedere al proprio sostentamento. Ma l’ipotesi si dimostrò sbagliata
e la sua applicazione è stata all’origine di grossi problemi sociali ed
ambientali per diverse ragioni che non è possibile considerare in questa
sede, ma delle quali ne analizzeremo due, a mio parere, principali. La
prima è correlata all’effetto distruttivo del modello agricolo
industriale stile occidentale sul tessuto economico, sociale e culturale
che caratterizza molti paesi in via di sviluppo. La base alimentare dei
paesi in via di sviluppo è strettamente affidata ad un’agricoltura di
sussistenza, in cui la quasi totalità del prodotto viene utilizzata per
assicurare un livello alimentare accettabile alle famiglie contadine che
lavorano piccoli appezzamenti di terra (normalmente meno di 1 ettaro) e
l’eccesso produttivo, quando disponibile, può essere venduto sul
mercato locale e convertito in moneta per l’acquisto di generi di prima
necessità. Raramente un tale
sistema è in grado di generare un reddito. Questo
modus vivendi è stato alla base della società umana per quasi 10.000
anni e, attualmente, è alla base della sopravvivenza di oltre 3 miliardi
di persone. Nell’ambito
di questo sistema, anche la raccolta di “erbe” selvatiche è
un’importante fonte di integrazione dietetica e le varietà locali
coltivate, selezionate da generazioni di agricoltori e fortemente adattate
alle condizioni ambientali e ai parassiti locali, sono il cardine della
sicurezza alimentare e della cultura delle comunità. Un altro cardine
della sicurezza alimentare è la conservazione del suolo produttivo e
delle risorse ambientali necessarie a garantire nel tempo una produttività
agricola sufficiente e costante. L’agricoltura
industriale è finalizzata alla produzione di grosse quantità di prodotto
in rapporto all’estensione dell’area coltivata: essa richiede un
investimento elevato in termini di attrezzature, fertilizzanti, prodotti
chimici (erbicidi e pesticidi), input energetici e risorse naturali (il
particolare acqua) e, contemporaneamente, si basa su un impiego molto
limitato di risorse umane. L’agricoltura industriale tende ad essere
monocolturale e rivolta all’esportazione del prodotto. Nessun contadino
povero può affrontare gli investimenti necessari ad avviare un tale tipo
di attività, né possiede il know how necessario per portarla avanti a
livello commerciale. In
sostanza, la conversione di un sistema agricolo arcaico di sussistenza
mediamente produttivo in un sistema agricolo moderno, industriale è
altamente produttivo ha, come sua logica conseguenza, quella di lasciare
senza lavoro e senza mezzi di sostentamento la popolazione rurale delle
aree povere del pianeta, alimentando il flusso migratorio verso le
megalopoli e aggravando i problemi di povertà e di insicurezza alimentare
che affliggono queste regioni. Dal
punto di vista ambientale, oltre a rappresentare una delle maggiori fonti
d’inquinamento diffuso, i modelli agricoli industriali hanno un impatto
devastante sui fragili ecosistemi delle regioni tropicali e subtropicali
dove promuovono una rapida ed irreversibile erosione dei suoli accelerando
i processi di desertificazione e imponendo l’ulteriore disboscamento di
aree forestali ai fini di un loro, limitato, sfruttamento agricolo da
parte delle popolazioni locali, povere e affamate. Nelle aree
mediterranee, l’agricoltura irrigua e scarsamente pianificata è una
delle cause principali dei processi di salinizzazione che determina
l’abbandono dei suoli fertili. In
quanto agricoltura industriale, l’agricoltura biotecnologica presenta i
suoi stessi limiti di esportabilità. D’altra
parte, è bene ricordarlo, l’insicurezza
alimentare non è un semplice effetto della mancanza di cibo. Questo
fenomeno, che colpisce fasce sempre più ampie di popolazione anche nei
paesi ricchi, dipende principalmente dalla mancanza di accesso al cibo. E
l’accesso al cibo è direttamente correlato alla povertà. In quanto agricoltura biotecnologica in senso stretto, essa solleva un ulteriore problema che nell’agricoltura industriale “tradizionale” non esiste: quello dei brevetti. Non è possibile, in questa sede, affrontare la questione relativa alla legittimità dell’applicazione delle norme che regolano la proprietà intellettuale di una qualsiasi invenzione, di processo o di prodotto, ad organismi che rappresentano la base stessa dell’approvvigionamento alimentare mondiale. Vale comunque la pena di fare una riflessione su questo aspetto alquanto trascurato nell’ambito del dibattito mediatico incentrato sulle moderne biotecnologie agricole. Riflessione che parte dalla considerazione di un diritto fondamentale: quello relativo alla libertà di qualsiasi agricoltore, ricco o povero, di riutilizzare parte delle sementi raccolte in una stagione per poterle ripiantare in quella successiva. Questo comportamento, spontaneo antico e tradizionale, rappresenta la base stessa della cultura agricola e del lavoro di selezione che l’uomo ha operato, nel corso di migliaia di anni, sulle varietà originarie selvatiche; selezione che ha generato, oltre alle moderne varietà coltivate, una miriade di varietà locali splendidamente adattate all’ambiente ed in grado di crescere e proliferare nelle condizioni più difficili e disparate. Questo
processo di selezione è, in sostanza, alla base della biodiversità agricola da cui dipende la sicurezza alimentare di
tutti noi. L’introduzione
dei brevetti sulle sementi transgeniche implica il pagamento dei diritti
di proprietà intellettuale sulle stesse. In sostanza, all’agricoltore
che compra tali sementi per coltivarle viene fatto obbligo di utilizzare a
fini commerciali o di consumo l’intero il prodotto del proprio raccolto:
esso non può, pertanto, mettere da parte una parte dei semi per
ripiantarli perché una tale azione viene considerate, a tutti gli
effetti, una violazione del diritto di proprietà intellettuale che grava
su quelle sementi. Ripiantare un seme transgenico è come copiare un CD o
un software la cui licenza non sia scaduta!!! E così, l’agricoltore che
semina biotech deve ricomprare i semi e pagare le royalties ogni anno, a
rischio di essere denunciato dalle multinazionali proprietarie del
brevetto qualora venga sorpreso ad esercitare un suo diritto secolare. E
adesso riflettiamo su cosa tutto questo significhi ai fini del benessere e
della stessa sopravvivenza degli agricoltori poveri del Sud del mondo. GLI
OGM NELLA CATENA ALIMENTARE: quali i rischi? Le
valutazioni del rischio di allergenicità e tossicità degli alimenti
derivati dalle varietà GM sono attualmente soggette a valutazioni
assolutamente parziali e insufficienti. La stessa OMS (Organizzazione
Mondiale della Sanità), la FAO e gran parte del mondo scientifico hanno
denunciato la “pseudoscientificità” del così detto principio
di sostanziale equivalenza, sul quale si basano i test destinati a
valutare il rischio alimentare dei transgenici o dei prodotti da essi
derivati. Il principio di sostanziale equivalenza si basa
sull’assunzione di una presunta identità tra le varietà transgeniche e
quelle tradizionali da cui esse derivano, identità “sostanziale” a
meno della sostanza (proteina) espressa dal transgene inserito. Secondo
questo principio, una varietà GM e una non-GM, almeno dal punto di vista
alimentare, differiscono solamente per la presenza o meno della proteina
transgenica. Ma
andiamo per gradi. La
prima domanda che ci porremo è: perché
un OGM dovrebbe avere un potenziale di allergenicità e/o di tossicità
maggiore di una varietà simile, tradizionale e non-GM? La
risposta più semplice è perché in un OGM vengono inseriti geni esotici
che inducono la sintesi di sostanze (proteine) normalmente assenti dalla
dieta delle persone. Per esempio, le proteine batteriche prodotte dalle
varietà GM in commercio, tolleranti agli erbicidi e/o resistenti agli
insetti, risultano completamente estranee alla dieta degli esseri umani
(noi non ci nutriamo, normalmente, dei batteri che le producono). Ancora
più immediata è l’estraneità dietetica di proteine derivanti da
organismi come scorpioni, meduse, pesci artici fino ad arrivare,
potenzialmente, a proteine espresse dagli stessi geni umani. E poiché, in
generale, le allergie alimentari si manifestano proprio nei confronti di
proteine estranee alla dieta tradizionale di una determinata popolazione
umana, gli alimenti transgenici hanno un potenziale allergenico
intrinsecamente maggiore di quelli che non lo sono. Altri
aspetti sono ugualmente importanti ma legati a valutazioni meno dirette.
Senza entrare nel dettaglio, diciamo che l’inserimento stesso di geni
estranei nel genoma di un organismo, può avere conseguenze sia
sull’espressione genetica che sul metabolismo, implicando la potenziale
comparsa di sostanze che, sotto l’aspetto quantitativo o qualitativo,
non risultano “sostanzialmente equivalenti” a quelle presenti nella
varietà da cui l’OGM è derivato. La possibilità che tali sostanze,
impreviste (e imprevedibili), possano essere presenti in un OGM e
risultare dannose per la salute umana, non è nemmeno contemplata dalle
attuali valutazioni di rischio basate sul principio di sostanziale
equivalenza e, pertanto, non si può escludere che gli alimenti GM
attualmente in commercio possano risultare rischiosi. Esiste
poi il problema della presenza, negli OGM attualmente coltivati e
commercializzati, di particolari geni (detti marker)
che hanno il compito di permettere, a monte del processo di trasformazione
genetica, il riconoscimento dei cloni di cellule geneticamente modificate
e che, in seguito, rimangono imprigionati nel DNA delle piante
transgeniche che originano da tali cloni. La maggior parte dei geni marker
codificano per la resistenza ad un determinato antibiotico: infatti, solo
i cloni di cellule che hanno subito con successo il processo di
trasformazione genetica sono in grado di sopravvivere alla presenza
dell’antibiotico in questione (e, in quanto tali, sono riconoscibili da
tutte le altre). I
geni per la resistenza agli antibiotici originano da ceppi batterici
resistenti e la loro capacità di trasmettersi dal DNA di piante o
alimenti transgenici ai batteri del suolo e/o a quelli che abitano
comunemente il tratto gastrointestinale di uomini e di altri animali, è
stata dimostrata da numerosi esperimenti. Sorge pertanto il problema
legato alla possibilità di una trasmissione genetica orizzontale a batteri patogeni dei geni marker
contenuti negli OGM e al rischio che tale fenomeno possa aggravare una
emergenza sanitaria già rilevante dal punto di vista clinico: quella
della diffusione di ceppi batterici patogeni resistenti ai farmaci
antibiotici. Va rilevato che, attualmente, alcuni batteri clinicamente
rilevanti risultano già resistenti a tutti gli antibiotici noti! Va
anche sottolineato che la nuova normativa europea che, probabilmente a
partire dal 2004, regolerà l’immissione deliberata di OGM
nell’ambiente, obbliga a che tutte le nuove varietà transgeniche
destinate alla commercializzazione siano prive di questo tipo di geni
marker. Ma cosa dire di quelli approvati prima dell’entrata in vigore di
questa normativa? Per
escludere o minimizzare il rischio alimentare relativo all’uso di OGM
sarebbero necessari test molto accurati, analoghi a quelli effettuati sui
farmaci ed estesi a campioni di popolazione significativi sia sotto
l’aspetto quantitativo (numerico), che sotto l’aspetto qualitativo
(fasce di età, genere, caratteristiche genetiche della popolazione, stato
di salute, etc). La filosofia che muove l’uso del principio di
sostanziale equivalenza, quella che afferma “ dimostrami che fa male,
poi vediamo…” deve essere sostituita da un approccio di valutazione
del rischio basato sul Principio
precauzionale, che afferma “dimostrami che NON fa male, poi
vediamo….”. Gli
OGM nell’ambiente : quali i rischi?
Cercheremo
qui di focalizzare le principali tipologie di rischio derivante dalla
diffusione di varietà coltivate GM. Inquinamento
genetico: L’inquinamento
genetico, cioè la diffusione dei transgeni e delle caratteristiche ad
essi legate nell’ambito delle popolazioni agricole e selvatiche
imparentate con la varietà GM, rappresenta l’impatto di gran lunga più
documentato ed evidente dell’immissione ambientale di OGM.
L’inquinamento genetico è legato all’impollinazione incrociata tra
varietà GM e non-GM, con conseguente produzione di ibridi (incroci)
portatori dei transgeni. Nel caso dell’incrocio tra varietà GM
resistenti ad erbicidi e/o ad insetti e varietà parentali non-GM, gli
ibridi che acquistano i transgeni per la resistenza godono di un evidente
vantaggio selettivo negli ambienti in cui tale vantaggio è motivato dalla
presenza dell’erbicida (habitat agricoli) o dell’insetto parassita
(habitat agricoli e selvatici). Di conseguenza, se la sopravvivenza degli
incroci tende ad essere favorita, essi
si diffondono nell’ambiente con relativa rapidità. In
habitat agricolo, l’inquinamento genetico ha due conseguenze principali.
La
prima è quella relativa alla comparsa di infestanti con resistenza
singola o multipla ad uno o più erbicidi rispetto ai quali le varietà GM
coltivate sono state rese tolleranti. Questo fenomeno tende ad annullare
il vantaggio derivante dalla modificazione genetica in quanto annulla
l’effetto diserbante dell’erbicida. La
seconda è quella relativa all’inquinamento genetico delle colture
limitrofe non-GM che colpisce principalmente gli agricoltori. La notevole
preoccupazione dei consumatori circa gli effetti degli alimenti GM sulla
salute, ha portato alla recente diffusione di pratiche di certificazione
che attestano l’assenza di contaminazione delle sementi non-GM destinate
ai mercati interni ed alle esportazioni verso quei paesi che richiedono
partite OGM-free. Per un agricoltore tradizionale, la contaminazione
genetica delle proprie colture e, quindi, delle sementi da esse derivate
rappresenta un danno enorme in quanto preclude la vendita del suo prodotto
sul mercato cui esso è destinato. Recentemente, inoltre, al danno si è
aggiunta anche la beffa: i casi in cui le multinazionali proprietarie dei
brevetti denunciano gli agricoltori contaminati per presunta violazione
dei diritti di proprietà intellettuale, sono in aumento. L’inquinamento
genetico è un grave rischio per la biodiversità agricola, in particolare
nelle regioni che rappresentano centri di diffusione di varietà che
rivestono un ruolo centrale nella dieta e nella cultura delle popolazioni
locali, nonché della popolazione umana in senso lato. E’ il caso del
mais in Messico, del riso nelle regioni asiatiche e del cotone in India.
Ma anche della Barbabietola, del pomodoro e della vite in Italia. La
biodiversità agricola può essere seriamente danneggiata
dall’inquinamento genetico generato dalla diffusione su grande scala
dell’agricoltura biotech. Da essa dipende direttamente la sicurezza
alimentare di oltre tre miliardi di persone che basano la propria
alimentazione su un’agricoltura di sussistenza e, indirettamente, quella
di tutto il pianeta. Ancora oggi, infatti, in barba ai progressi della
scienza e delle moderne biotecnologie, la principale salvezza contro le
periodiche epidemie che devastano su larga scala le principali varietà
industriali ad alto rendimento, è rappresentata dalla riserva di geni
acquisibili attraverso l’incrocio tra queste colture e le loro cugine
selvatiche o localmente selezionate e coltivate negli angoli più remoti
del pianeta. Effetti
delle varietà GM insetticide sugli insetti target e non target
Altro
aspetto problematico è quello relativo all’impatto delle varietà GM
che producono bioinsetticidi sugli insetti sensibili e sulla microfauna
del suolo. In questo campo gli studi e le ricerche atte a valutare
l’impatto di tali piante sugli ecosistemi locali sono ancora molto
limitate e i pareri contrastanti. Qualche anno fa, uno studio denunciò la
sofferenza delle popolazioni di farfalla monarca che vivevano nelle
vicinanze dei campi in cui venivano coltivate varietà GM insetticide,
attribuendone la graduale scomparsa all’avvelenamento delle larve che
pascolavano su materiale vegetale contaminato da polline GM. Sebbene
recentemente altri studi abbiano messo in dubbio che l’estinzione locale
della monarca sia legata al polline GM, sussistono forti perplessità
quanto alle cause di questo fenomeno. D’altra parte, gli effetto dei
bioinsetticidi transgenici sugli insetti non target sono oggetto di
pochissimi studi. Un
altro fenomeno, del quale è necessario tenere conto, è quello della
selezione di popolazioni di insetti target resistenti agli insetticidi e
ai bioinsetticidi prodotti dalle varietà GM. L’acquisizione di
resistenza ad un insetticida è un problema molto grave per
l’agricoltura. L’insetticida, infatti, non uccide solo l’insetto
patogeno: il suo effetto si ripercuote “a monte”, su
tutta la catena alimentare danneggiando anche le popolazioni di predatori
che normalmente si nutrono del patogeno e quelle di altri organismi che
competono con esso. L’insetticida squilibra, in sostanza, la rete di
rapporti trofici che regola le interrelazioni ecologiche tra le specie che
vivono nell’ecosistema. Quando in una popolazione di insetto parassita
si seleziona un ceppo resistente alla tossina insetticida, esso tende ad
andare incontro a vere e proprie esplosioni demografiche che possono
risultare devastanti per i raccolti. Insomma,
l’efficacia di una varietà GM insetticida è da considerarsi limitata
quanto a spettro d’azione e anche sotto l’aspetto temporale. Nel
caso specifico delle varietà transgeniche insetticide, c’è anche da
rilevare che la tossina da esse prodotta (tossina Bt), è derivata da un
batterio (Bacillus thuringiensis)
che ha vasto impiego nell’agricoltura biologica dove rappresenta, di
fatto, l’unica forma disponibile di intervento pesticida.
L’acquisizione di resistenza alla tossina Bt, conseguente all’ampia
diffusione delle varietà GM, è destinata ad avere un impatto fortissimo
sulle pratiche di agricoltura biologica in quanto inficerà l’efficacia
dell’unico insetticida da questa utilizzato. 1 Consulente scientifica volontaria per la campagna OGM di Greenpeace Italia Paola Capozzi |