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OGM: TRA MITO E REALTA’

Di Paola Capozzi 1

1)       Cos'è un OGM (Organismo Geneticamente Modificato)?

Un OGM è un organismo il cui DNA è stato modificato in laboratorio attraverso l'uso di una tecnologia specifica (detta “del DNA ricombinante”). La tecnologia del DNA ricombinante permette di riconoscere ed isolare geni appartenenti ad un organismo, detto donatore, e di inserirli nel DNA di un secondo organismo, detto “ospite”. Nel caso delle piante transgeniche, gli organismi “donatori” sono per lo più batteri e/o virus mentre l’organismo ospite è una pianta di interesse agricolo (mais, soia, colza, cotone, tabacco nei casi più comuni).

A differenza di quanto affermano i sostenitori dell’agricoltura biotecnologica, una varietà GM non è equivalente a nessuna pianta ottenuta attraverso tecniche "tradizionali" di incrocio: questo perchè, in un incrocio, lo scambio genetico avviene nel rispetto delle barriere riproduttive, prevalentemente attraverso l’accoppiamento tra individui appartenenti alla stessa specie o a specie strettamente affini. L’intero processo di ricombinazione e di espressione genetica, inoltre, non ha niente di casuale ed è finemente regolato da meccanismi selezionati nel corso di  un’evoluzione durata milioni di anni.

Le piante GM sono delle vere invenzioni e, in quanto tali, sono brevettabili. Ergo, a differenza di quelle tradizionali, le varietà agricole transgeniche "appartengono" di fatto ai loro inventori e la loro vendita sul mercato agroalimentare implica il pagamento di royalties (diritti di proprietà intellettuale) proprio come avviene per un qualsiasi oggetto frutto di innovazione tecnologica.

2)       Perchè si modificano geneticamente le piante?

Senza dimenticare che il pagamento dei diritti di proprietà intellettuale rappresenta una notevole fonte di profitto per i proprietari del brevetto su un OGM (con poche eccezioni, i proprietari di questi brevetti sono le grandi multinazionali del settore agroalimentare o/e farmaceutico...), va considerato che più del 98% delle piante GM attualmente in commercio sono state modificate per resistere ad un erbicida (70%) e/o ad un particolare tipo di insetto (27%) e/o a particolari tipi di virus (1%).

La tolleranza agli erbicidi e la resistenza agli insetti o ai virus sono ottenute grazie all'inserimento di geni "esotici" che provengono, quasi sempre, da batteri o da virus. Accanto a tali geni (detti “strutturali”) vengono inserite anche sequenze di DNA che hanno il compito di promuoverne e di regolarne l’espressione e che originano, quasi sempre, da virus patogeni delle piante.

Caratteristiche come la resistenza agli erbicidi e/o alle malattie non implicano vantaggi diretti per i consumatori, ma sono volte principalmente ad invogliare gli agricoltori all’acquisto di sementi GM promuovendone la diffusione.

La maggior parte delle piante GM tolleranti agli erbicidi, a differenza delle varietà convenzionali (non-GM), sopportano l’applicazione di queste sostanze tossiche anche nel corso del loro ciclo vitale: gli agricoltori possono quindi utilizzare l’erbicida quando vogliono, senza correre il rischio di uccidere, oltre alle erbacce, anche la pianta che coltivano. L’erbicida in questione è una sostanza chimica tossica (normalmente glifosato o glifosilato) normalmente venduta dalla medesima multinazionale proprietaria del brevetto sull'OGM. Chi acquista l’OGM, quindi, deve acquistare anche l’erbicida cui esso è tollerante.

Sentirete dire che la tolleranza ad un erbicida è una panacea per la salute nostra e dell’ambiente, in quanto riduce fortemente l'uso agricolo di queste sostanze estremamente tossiche. Tale affermazione, tuttavia, è smentita dai fatti: nei paesi in cui l'agricoltura biotech è più diffusa e (USA, Canada, Argentina), l'uso di erbicidi non solo non è diminuito ma, rispetto a quello che si riscontra nell'ambito di pratiche agricole industriali pianificate, risulta notevolmente più elevato: tanto da far richiedere alla FDA americana (l'ente preposto al controllo sugli alimenti e sui farmaci) un innalzamento dei limiti residuali di erbicida tollerati nei prodotti alimentari derivanti da questo tipo di OGM!

Le piante GM resistenti agli insetti sono state geneticamente modificate con l’inserimento di un gene batterico che gli permette di produrre, soprattutto a livello dei semi,  una serie di tossine con proprietà insetticide su particolari tipologie di insetti parassiti. Questo significa che la pianta GM, almeno fino a quando l’insetto target non abbia selezionato ceppi resistenti all’insetticida da essa prodotto, è protetta dall'aggressione di un certo parassita. Ma non da quella di tutti gli altri!  Conseguenza: le piante GM resistenti agli insetti necessitano di trattamenti pesticidi atti a prevenire l'aggressione da parte di tutte quelle tipologie di insetti parassiti che non risultano sensibili alla tossina transgenica.

E alla fine, sia i residui di erbicida che quelli di insetticida, finiscono in ogni caso sempre per arrivare sulle nostre tavole accumulandosi nei nostri organismi.

Insomma, le piante GM in commercio non sembrano essere né più sane, né più buone, né più nutrienti, né più favorevoli per l’ambiente delle loro cugine tradizionali coltivate con i normali metodi di agricoltura industriale. Al contrario il loro uso implica rischi, potenziali e reali, per la salute dell’uomo e dell’ambiente, rischi di cui ci occuperemo in seguito.

Ma allora saranno più produttive!

Sentiamo spesso dire che l’applicazione delle moderne biotecnologie all’agricoltura è mossa dall’esigenza di produrre maggiori quantità di alimenti a fronte dell’incessante aumento della popolazione mondiale che necessita di sfamarsi, in particolare nei Paesi in Via di Sviluppo.

Conviene qui rifarsi ai dati sulla produttività delle principali varietà transgeniche (colza, cotone, mais e soia), dati dai quali non traspare alcun aumento sensibile a carico della produttività delle varietà GM rispetto a quella delle varietà tradizionali (già selezionate per dare il massimo rendimento a regime di agricoltura intensiva). In sostanza, tranne in casi relativamente rari di forte pressione ambientale prevalentemente dovuta ad esplosioni demografiche nella popolazione di un parassita sensibile al bioinsetticida prodotto da alcun piante GM pesticide, le varietà transgeniche mostrano di avere produttività pari, quando non inferiori, rispetto a quelle delle varietà parentali non GM coltivate accanto ad esse e nelle medesime condizioni. Questo non stupisce: le varietà geneticamente modificate sono organismi che investono quote rilevanti delle proprie risorse nutrizionali, energetiche e fisiologiche per produrre abbondanti quantità di sostanze che normalmente non produrrebbero, sottraendo tali energie ai processi implicati nella crescita e nelle risposte allo stress.

L’agricoltura biotecnologica e la fame nel mondo

L’agricoltura biotech è praticamente una tipologia di agricoltura industriale, ad elevato input energetico e nutrizionale: essa richiede, quindi, investimenti tecnologici, chimici e ambientali.

E’ un tale modello “esportabile” nei paesi in via di sviluppo? A quale prezzo?

Negli anni 60 la rivoluzione verde apriva la strada al tentativo di esportare nei paesi in via di sviluppo, afflitti dal problema della fame e dell’insicurezza alimentare, i modelli agricoli industriali ad alta produttività e ad alto impatto ambientale tipici dei paesi sviluppati. Si riteneva che la diffusione di un’agricoltura intensiva e a forte produttività, a fronte del drammatico incremento della popolazione e della domanda di cibo, avrebbe messo questi paesi nella condizione di provvedere al proprio sostentamento. Ma l’ipotesi si dimostrò sbagliata e la sua applicazione è stata all’origine di grossi problemi sociali ed ambientali per diverse ragioni che non è possibile considerare in questa sede, ma delle quali ne analizzeremo due, a mio parere, principali.

La prima è correlata all’effetto distruttivo del modello agricolo industriale stile occidentale sul tessuto economico, sociale e culturale che caratterizza molti paesi in via di sviluppo. La base alimentare dei paesi in via di sviluppo è strettamente affidata ad un’agricoltura di sussistenza, in cui la quasi totalità del prodotto viene utilizzata per assicurare un livello alimentare accettabile alle famiglie contadine che lavorano piccoli appezzamenti di terra (normalmente meno di 1 ettaro) e l’eccesso produttivo, quando disponibile, può essere venduto sul mercato locale e convertito in moneta per l’acquisto di generi di prima necessità.  Raramente un tale sistema è in grado di generare un reddito.

Questo modus vivendi è stato alla base della società umana per quasi 10.000 anni e, attualmente, è alla base della sopravvivenza di oltre 3 miliardi di persone. 

Nell’ambito di questo sistema, anche la raccolta di “erbe” selvatiche è un’importante fonte di integrazione dietetica e le varietà locali coltivate, selezionate da generazioni di agricoltori e fortemente adattate alle condizioni ambientali e ai parassiti locali, sono il cardine della sicurezza alimentare e della cultura delle comunità. Un altro cardine della sicurezza alimentare è la conservazione del suolo produttivo e delle risorse ambientali necessarie a garantire nel tempo una produttività agricola sufficiente e costante.

L’agricoltura industriale è finalizzata alla produzione di grosse quantità di prodotto in rapporto all’estensione dell’area coltivata: essa richiede un investimento elevato in termini di attrezzature, fertilizzanti, prodotti chimici (erbicidi e pesticidi), input energetici e risorse naturali (il particolare acqua) e, contemporaneamente, si basa su un impiego molto limitato di risorse umane. L’agricoltura industriale tende ad essere monocolturale e rivolta all’esportazione del prodotto. Nessun contadino povero può affrontare gli investimenti necessari ad avviare un tale tipo di attività, né possiede il know how necessario per portarla avanti a livello commerciale.

In sostanza, la conversione di un sistema agricolo arcaico di sussistenza mediamente produttivo in un sistema agricolo moderno, industriale è altamente produttivo ha, come sua logica conseguenza, quella di lasciare senza lavoro e senza mezzi di sostentamento la popolazione rurale delle aree povere del pianeta, alimentando il flusso migratorio verso le megalopoli e aggravando i problemi di povertà e di insicurezza alimentare che affliggono queste regioni.

Dal punto di vista ambientale, oltre a rappresentare una delle maggiori fonti d’inquinamento diffuso, i modelli agricoli industriali hanno un impatto devastante sui fragili ecosistemi delle regioni tropicali e subtropicali dove promuovono una rapida ed irreversibile erosione dei suoli accelerando i processi di desertificazione e imponendo l’ulteriore disboscamento di aree forestali ai fini di un loro, limitato, sfruttamento agricolo da parte delle popolazioni locali, povere e affamate. Nelle aree mediterranee, l’agricoltura irrigua e scarsamente pianificata è una delle cause principali dei processi di salinizzazione che determina l’abbandono dei suoli fertili.

In quanto agricoltura industriale, l’agricoltura biotecnologica presenta i suoi stessi limiti di esportabilità.

D’altra parte, è bene ricordarlo, l’insicurezza alimentare non è un semplice effetto della mancanza di cibo. Questo fenomeno, che colpisce fasce sempre più ampie di popolazione anche nei paesi ricchi, dipende principalmente dalla mancanza di accesso al cibo. E l’accesso al cibo è direttamente correlato alla povertà.

In quanto agricoltura biotecnologica in senso stretto, essa solleva un ulteriore problema che nell’agricoltura industriale “tradizionale” non esiste: quello dei brevetti. Non è possibile, in questa sede, affrontare la questione relativa alla legittimità dell’applicazione delle norme che regolano la proprietà intellettuale di una qualsiasi invenzione, di processo o di prodotto, ad organismi che rappresentano la base stessa dell’approvvigionamento alimentare mondiale. Vale comunque la pena di fare una riflessione su questo aspetto alquanto trascurato nell’ambito del dibattito mediatico incentrato sulle moderne biotecnologie agricole. Riflessione che parte dalla considerazione di un diritto fondamentale: quello relativo alla libertà di qualsiasi agricoltore, ricco o povero, di riutilizzare parte delle sementi raccolte in una stagione per poterle ripiantare in quella successiva. Questo comportamento, spontaneo antico e tradizionale, rappresenta la base stessa della cultura agricola e del lavoro di selezione che l’uomo ha operato, nel corso di migliaia di anni, sulle varietà originarie selvatiche; selezione che ha generato, oltre alle moderne varietà coltivate, una miriade di varietà locali splendidamente adattate all’ambiente ed in grado di crescere e proliferare nelle condizioni più difficili e disparate.

Questo processo di selezione è, in sostanza, alla base della biodiversità agricola da cui dipende la sicurezza alimentare di tutti noi.

L’introduzione dei brevetti sulle sementi transgeniche implica il pagamento dei diritti di proprietà intellettuale sulle stesse. In sostanza, all’agricoltore che compra tali sementi per coltivarle viene fatto obbligo di utilizzare a fini commerciali o di consumo l’intero il prodotto del proprio raccolto: esso non può, pertanto, mettere da parte una parte dei semi per ripiantarli perché una tale azione viene considerate, a tutti gli effetti, una violazione del diritto di proprietà intellettuale che grava su quelle sementi. Ripiantare un seme transgenico è come copiare un CD o un software la cui licenza non sia scaduta!!! E così, l’agricoltore che semina biotech deve ricomprare i semi e pagare le royalties ogni anno, a rischio di essere denunciato dalle multinazionali proprietarie del brevetto qualora venga sorpreso ad esercitare un suo diritto secolare.

E adesso riflettiamo su cosa tutto questo significhi ai fini del benessere e della stessa sopravvivenza degli agricoltori poveri del Sud del mondo.

GLI OGM NELLA CATENA ALIMENTARE: quali i rischi?

Le valutazioni del rischio di allergenicità e tossicità degli alimenti derivati dalle varietà GM sono attualmente soggette a valutazioni assolutamente parziali e insufficienti. La stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), la FAO e gran parte del mondo scientifico hanno denunciato la “pseudoscientificità” del così detto principio di sostanziale equivalenza, sul quale si basano i test destinati a valutare il rischio alimentare dei transgenici o dei prodotti da essi derivati. Il principio di sostanziale equivalenza si basa sull’assunzione di una presunta identità tra le varietà transgeniche e quelle tradizionali da cui esse derivano, identità “sostanziale” a meno della sostanza (proteina) espressa dal transgene inserito. Secondo questo principio, una varietà GM e una non-GM, almeno dal punto di vista alimentare, differiscono solamente per la presenza o meno della proteina transgenica.

Ma andiamo per gradi.

La prima domanda che ci porremo è: perché un OGM dovrebbe avere un potenziale di allergenicità e/o di tossicità maggiore di una varietà simile, tradizionale e non-GM?

La risposta più semplice è perché in un OGM vengono inseriti geni esotici che inducono la sintesi di sostanze (proteine) normalmente assenti dalla dieta delle persone. Per esempio, le proteine batteriche prodotte dalle varietà GM in commercio, tolleranti agli erbicidi e/o resistenti agli insetti, risultano completamente estranee alla dieta degli esseri umani (noi non ci nutriamo, normalmente, dei batteri che le producono). Ancora più immediata è l’estraneità dietetica di proteine derivanti da organismi come scorpioni, meduse, pesci artici fino ad arrivare, potenzialmente, a proteine espresse dagli stessi geni umani. E poiché, in generale, le allergie alimentari si manifestano proprio nei confronti di proteine estranee alla dieta tradizionale di una determinata popolazione umana, gli alimenti transgenici hanno un potenziale allergenico intrinsecamente maggiore di quelli che non lo sono.

Altri aspetti sono ugualmente importanti ma legati a valutazioni meno dirette. Senza entrare nel dettaglio, diciamo che l’inserimento stesso di geni estranei nel genoma di un organismo, può avere conseguenze sia sull’espressione genetica che sul metabolismo, implicando la potenziale comparsa di sostanze che, sotto l’aspetto quantitativo o qualitativo, non risultano “sostanzialmente equivalenti” a quelle presenti nella varietà da cui l’OGM è derivato. La possibilità che tali sostanze, impreviste (e imprevedibili), possano essere presenti in un OGM e risultare dannose per la salute umana, non è nemmeno contemplata dalle attuali valutazioni di rischio basate sul principio di sostanziale equivalenza e, pertanto, non si può escludere che gli alimenti GM attualmente in commercio possano risultare rischiosi.

Esiste poi il problema della presenza, negli OGM attualmente coltivati e commercializzati, di particolari geni (detti marker) che hanno il compito di permettere, a monte del processo di trasformazione genetica, il riconoscimento dei cloni di cellule geneticamente modificate e che, in seguito, rimangono imprigionati nel DNA delle piante transgeniche che originano da tali cloni. La maggior parte dei geni marker codificano per la resistenza ad un determinato antibiotico: infatti, solo i cloni di cellule che hanno subito con successo il processo di trasformazione genetica sono in grado di sopravvivere alla presenza dell’antibiotico in questione (e, in quanto tali, sono riconoscibili da tutte le altre).

I geni per la resistenza agli antibiotici originano da ceppi batterici resistenti e la loro capacità di trasmettersi dal DNA di piante o alimenti transgenici ai batteri del suolo e/o a quelli che abitano comunemente il tratto gastrointestinale di uomini e di altri animali, è stata dimostrata da numerosi esperimenti. Sorge pertanto il problema legato alla possibilità di una trasmissione genetica orizzontale a batteri patogeni dei geni marker contenuti negli OGM e al rischio che tale fenomeno possa aggravare una emergenza sanitaria già rilevante dal punto di vista clinico: quella della diffusione di ceppi batterici patogeni resistenti ai farmaci antibiotici. Va rilevato che, attualmente, alcuni batteri clinicamente rilevanti risultano già resistenti a tutti gli antibiotici noti!

Va anche sottolineato che la nuova normativa europea che, probabilmente a partire dal 2004, regolerà l’immissione deliberata di OGM nell’ambiente, obbliga a che tutte le nuove varietà transgeniche destinate alla commercializzazione siano prive di questo tipo di geni marker. Ma cosa dire di quelli approvati prima dell’entrata in vigore di questa normativa?

Per escludere o minimizzare il rischio alimentare relativo all’uso di OGM sarebbero necessari test molto accurati, analoghi a quelli effettuati sui farmaci ed estesi a campioni di popolazione significativi sia sotto l’aspetto quantitativo (numerico), che sotto l’aspetto qualitativo (fasce di età, genere, caratteristiche genetiche della popolazione, stato di salute, etc). La filosofia che muove l’uso del principio di sostanziale equivalenza, quella che afferma “ dimostrami che fa male, poi vediamo…” deve essere sostituita da un approccio di valutazione del rischio basato sul Principio precauzionale, che afferma “dimostrami che NON fa male, poi vediamo….”.

Gli OGM nell’ambiente : quali i rischi?

Cercheremo qui di focalizzare le principali tipologie di rischio derivante dalla diffusione di varietà coltivate GM.

Inquinamento genetico:

L’inquinamento genetico, cioè la diffusione dei transgeni e delle caratteristiche ad essi legate nell’ambito delle popolazioni agricole e selvatiche imparentate con la varietà GM, rappresenta l’impatto di gran lunga più documentato ed evidente dell’immissione ambientale di OGM. L’inquinamento genetico è legato all’impollinazione incrociata tra varietà GM e non-GM, con conseguente produzione di ibridi (incroci) portatori dei transgeni. Nel caso dell’incrocio tra varietà GM resistenti ad erbicidi e/o ad insetti e varietà parentali non-GM, gli ibridi che acquistano i transgeni per la resistenza godono di un evidente vantaggio selettivo negli ambienti in cui tale vantaggio è motivato dalla presenza dell’erbicida (habitat agricoli) o dell’insetto parassita (habitat agricoli e selvatici). Di conseguenza, se la sopravvivenza degli incroci tende ad essere favorita,  essi si diffondono nell’ambiente con relativa rapidità.

In habitat agricolo, l’inquinamento genetico ha due conseguenze principali.

La prima è quella relativa alla comparsa di infestanti con resistenza singola o multipla ad uno o più erbicidi rispetto ai quali le varietà GM coltivate sono state rese tolleranti. Questo fenomeno tende ad annullare il vantaggio derivante dalla modificazione genetica in quanto annulla l’effetto diserbante dell’erbicida.

La seconda è quella relativa all’inquinamento genetico delle colture limitrofe non-GM che colpisce principalmente gli agricoltori. La notevole preoccupazione dei consumatori circa gli effetti degli alimenti GM sulla salute, ha portato alla recente diffusione di pratiche di certificazione che attestano l’assenza di contaminazione delle sementi non-GM destinate ai mercati interni ed alle esportazioni verso quei paesi che richiedono partite OGM-free. Per un agricoltore tradizionale, la contaminazione genetica delle proprie colture e, quindi, delle sementi da esse derivate rappresenta un danno enorme in quanto preclude la vendita del suo prodotto sul mercato cui esso è destinato. Recentemente, inoltre, al danno si è aggiunta anche la beffa: i casi in cui le multinazionali proprietarie dei brevetti denunciano gli agricoltori contaminati per presunta violazione dei diritti di proprietà intellettuale, sono in aumento.

L’inquinamento genetico è un grave rischio per la biodiversità agricola, in particolare nelle regioni che rappresentano centri di diffusione di varietà che rivestono un ruolo centrale nella dieta e nella cultura delle popolazioni locali, nonché della popolazione umana in senso lato. E’ il caso del mais in Messico, del riso nelle regioni asiatiche e del cotone in India. Ma anche della Barbabietola, del pomodoro e della vite in Italia.

La biodiversità agricola può essere seriamente danneggiata dall’inquinamento genetico generato dalla diffusione su grande scala dell’agricoltura biotech. Da essa dipende direttamente la sicurezza alimentare di oltre tre miliardi di persone che basano la propria alimentazione su un’agricoltura di sussistenza e, indirettamente, quella di tutto il pianeta. Ancora oggi, infatti, in barba ai progressi della scienza e delle moderne biotecnologie, la principale salvezza contro le periodiche epidemie che devastano su larga scala le principali varietà industriali ad alto rendimento, è rappresentata dalla riserva di geni acquisibili attraverso l’incrocio tra queste colture e le loro cugine selvatiche o localmente selezionate e coltivate negli angoli più remoti del pianeta.

Effetti delle varietà GM insetticide sugli insetti target e non target

Altro aspetto problematico è quello relativo all’impatto delle varietà GM che producono bioinsetticidi sugli insetti sensibili e sulla microfauna del suolo. In questo campo gli studi e le ricerche atte a valutare l’impatto di tali piante sugli ecosistemi locali sono ancora molto limitate e i pareri contrastanti. Qualche anno fa, uno studio denunciò la sofferenza delle popolazioni di farfalla monarca che vivevano nelle vicinanze dei campi in cui venivano coltivate varietà GM insetticide, attribuendone la graduale scomparsa all’avvelenamento delle larve che pascolavano su materiale vegetale contaminato da polline GM. Sebbene recentemente altri studi abbiano messo in dubbio che l’estinzione locale della monarca sia legata al polline GM, sussistono forti perplessità quanto alle cause di questo fenomeno. D’altra parte, gli effetto dei bioinsetticidi transgenici sugli insetti non target sono oggetto di pochissimi studi.

Un altro fenomeno, del quale è necessario tenere conto, è quello della selezione di popolazioni di insetti target resistenti agli insetticidi e ai bioinsetticidi prodotti dalle varietà GM. L’acquisizione di resistenza ad un insetticida è un problema molto grave per l’agricoltura. L’insetticida, infatti, non uccide solo l’insetto patogeno: il suo effetto si ripercuote “a monte”,  su tutta la catena alimentare danneggiando anche le popolazioni di predatori che normalmente si nutrono del patogeno e quelle di altri organismi che competono con esso. L’insetticida squilibra, in sostanza, la rete di rapporti trofici che regola le interrelazioni ecologiche tra le specie che vivono nell’ecosistema. Quando in una popolazione di insetto parassita si seleziona un ceppo resistente alla tossina insetticida, esso tende ad andare incontro a vere e proprie esplosioni demografiche che possono risultare devastanti per i raccolti.

Insomma, l’efficacia di una varietà GM insetticida è da considerarsi limitata quanto a spettro d’azione e anche sotto l’aspetto temporale.

Nel caso specifico delle varietà transgeniche insetticide, c’è anche da rilevare che la tossina da esse prodotta (tossina Bt), è derivata da un batterio (Bacillus thuringiensis) che ha vasto impiego nell’agricoltura biologica dove rappresenta, di fatto, l’unica forma disponibile di intervento pesticida. L’acquisizione di resistenza alla tossina Bt, conseguente all’ampia diffusione delle varietà GM, è destinata ad avere un impatto fortissimo sulle pratiche di agricoltura biologica in quanto inficerà l’efficacia dell’unico insetticida da questa utilizzato.

1 Consulente scientifica volontaria per la campagna OGM di Greenpeace Italia

Paola Capozzi 

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