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Evoluzione del concetto di educazione e sua applicazione in psichiatria

20 GIUGNO 04
di Salvo Fisichella


L'adozione dell'intervento pedagogico nella riabilitazione psichiatrica, ad
integrazione della vasta gamma di interventi di tipo psichiatrico,
psicologico e sociale, non può prescindere da alcune considerazioni di fondo
dalle quali muovere per una adeguata impostazione degli obiettivi pedagogici
riabilitativi.
Un aspetto importante da considerare, riguarda il concetto stesso di
educazione che, nel corso degli anni, ha subito una sostanziale variazione
al punto da giustificare, oggi, la figura del pedagogista nelle comunità
psichiatriche.
In passato si considerava l'intervento educativo come una prassi necessaria
al fine di omologare i comportamenti degli individui, riconducendoli
all'interno di una cerchia socialmente accettata.
Le modalità adottate erano supportate da presupposti teorici, oggi
totalmente accantonati, che negavano all'individuo una propria unicità; una
possibilità reattiva, quindi, che potesse essere al di fuori di risposte
predeterminate.
L'uomo, fin dalla nascita, veniva considerato quale "tabula rasa", una sorta
di lavagna vuota sulla quale la società e, quindi, un certo tipo di
intervento educativo, poteva benissimo intervenire, al fine di ottenere quei
comportamenti umani che garantivano la stabilità e la coerenza del sistema
sociale.
La persona, quindi, era considerata quasi alla stregua di un animale, che
poteva ben essere "educata" (oggi il termine più consono potrebbe essere:
"ammaestrata") per diventare ciò che la società aveva pre-stabilito.
In quest'ottica, il processo educativo assumeva il sapore di una prassi
condizionante, l'insuccesso della quale autorizzava a relegare gli individui
ai margini della società delle regole e degli stereotipi e ad etichettarli
quali strani, malati, pazzi, incurabili.
Coloro i quali non si uniformavano, che esprimevano idee in antitesi al
pensare comune o che assumevano comportamenti bizzarri o, comunque, non
soliti, erano spesso oggetto di emarginazione e di allontanamento.
L'educazione, pertanto, lungi dall'essere quel complesso processo atto a
favorire crescita umana, sociale e culturale, veniva ridotta ad una semplice
trasmissione di norme, di nozioni e di comportamenti ai quali l'individuo
doveva omologarsi.
Con il trascorrere del tempo, si è ridata dignità all'uomo, riconoscendogli
una specifica individualità che, pur garantendogli l'appartenenza alla
specie, ne accetta quella originalità che non può e non deve essere
facilmente generalizzata.
Ogni essere umano è portatore di una storia unica, il cui percorso si dipana
attraverso una infinità di esperienze, di gioie e di dolori e, soprattutto,
di attribuzione di significati che assumono valenza pregnante per lo
sviluppo della sua personalità.
La sua crescita, il suo essere persona nella società, deve essere supportata
da una capacità critica personale che si sviluppa e si arricchisce nel corso
del divenire.
L'intervento educativo moderno, pertanto, non ha nulla a che vedere con il
processo di acculturamento della persona (lasciamo questa onorevole attività
alle scuole, alle organizzazioni culturali), ma rimanda a quel ventaglio di
interventi e di stimolazioni atte a sviluppare nella persona la capacità
critica.
Una competenza, questa, indispensabile affinché ogni individuo ben si
organizzi nel contesto socio-culturale di appartenenza ma, soprattutto,
utile affinché l'esperienza quotidiana venga vissuta in maniera
gratificante, matura e favorisca la crescita personale e sociale della
persona.
Non è la società che deve "creare" l'uomo, ma è l'individuo, col suo
complesso mondo di interazioni e di attribuzioni di significati, che crea la
propria storia personale all'interno della società.
Ogni essere umano può realmente essere artefice del proprio destino, nella
misura in cui la società favorisce e garantisce ad ognuno il giusto stimolo
educativo.
In quest'ottica, e considerato che l'obiettivo fondamentale della
riabilitazione psichiatrica è il miglioramento della qualità di vita
dell'individuo, non si può non riconoscere alla prassi pedagogica una
valenza riabilitativa anche nel campo della psichiatria.
La qualità di vita può certo migliorare se l'essere umano riesce a vivere la
propria esistenza non accettando passivamente una realtà imposta, ma
riuscendo a porsi in chiave critica nei confronti dell'esperienza e
a valutare in maniera oggettiva le conseguenze derivanti dai propri
comportamenti.
Un essere umano, quindi, non costretto a rifugiarsi nella patologia per
evadere da quel mondo che non gli riconosce la condizione di "persona
pensante" (seppure caratterizzata da un pensiero bizzarro, apparentemente
strano) ma supportato da un sistema che, non soltanto ne accetta la
diversità, ma che pur si adopera nella decodifica e nella comprensione di
ciò che "di strano" c'è in lui.
E' utopia pensare che esiste una normalità anche nei processi di pensiero e
nelle manifestazioni comportamentali più disparate, o è attenta valutazione
della reale, normale, complessità dell'essere umano?
L'intervento educativo prescinde dalla presenza o meno di patologia, ma è
mirato esclusivamente alla persona, portatrice di valori, di ideali, di
esigenze e si propone il rafforzamento della capacità critica
dell'individuo, stimolandolo al confronto maturo, responsabile, con
l'esperienza.
E' da questo confronto, dalla ri-visitazione in chiave oggettiva del vissuto
e stimolando la persona all'acquisizione di validi e gratificanti stili di
vita che si rafforza e si favorisce, unitamente agli altri interventi
riabilitativi, il processo di rafforzamento del Sé individuale.
L'essere persona in un contesto, diventa, quindi, un essere se stesso in
mezzo agli altri; un individuo non "accettato" ma "particella fondamentale"
in un complesso sistema in cui le singole originalità si fondono e si
arricchiscono in una continua, complessa, interazione umana. 

Salvo Fisichella

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