Riforme scolastiche e globalizzazione (traduzione a cura di Paola Capozzi)Los tres ejes de
la mercantilización escolar
Dalla
fine degli anni ’80, i sistemi educativi dei paesi industrializzati
sono stati sottomessi a critiche ed a riforme senza fine:
decentralizzazione, deregolamentazione, crescente autonomia dei centri
scolastici, riduzione e deregolamentazione dei programmi,
“approssimazioni per la concorrenza”, diminuzione del numero di ore
di lezione per gli studenti, mercificazione da parte del mondo
imprenditoriale, introduzione massiccia delle Tecnologie
dell’Informazione e della Comunicazione (TIC), incremento
dell’insegnamento privato e a pagamento. Non si tratta di manie
personali di alcuni ministri o di una casualità. La somiglianza delle
politiche educative venute fuori nel contesto del mondo capitalista e
globalizzato non lascia dubbi sulla esistenza di forti determinanti
comuni che spingo verso questo tipo di politiche. La
tesi qui sostenuta è che questi cambiamenti provengono da un profondo
intento di adeguamento della scuola alle nuove esigenze dell’economia
capitalista. Quello che si sta delineando è il valico tra l’”era
della massificazione” dell’insegnamento e quella della
“mercificazione” Della sua tripla mercificazione, dovremmo dire. In
effetti, l’apparato scolastico, il più imponente servizio pubblico
che sia mai esistito, sta per essere chiamato a servire di più e meglio
la competizione economica in tre modi: formando più adeguatamente i
lavoratori; educando e stimolando i consumatori e, per finire, aprendo
se stesso alla conquista dei mercati. Questo
nuovo adeguamento tra scuola e economia, si realizza sia sul piano dei
contenuti didattici che su quello dei metodi (pratiche pedagogiche e
gestione) e delle strutture. “I sistemi di educazione e [1]competitività
europea, sempre che si adattino alle caratteristiche delle imprese del
2000. " La
commercializzazione dell’insegnamento segna una nuova tappa storica in
un movimento che si snoda nel corso di oltre di un secolo: lo
scivolamento progressivo della Scuola dalla sfera ideologico-politica
alla sfera economica (….). La
scuola primaria del XIX secolo si sviluppò, principalmente, come un
luogo di socializzazione. La dequalificazione del lavoro manuale,
conseguente l’industrializzazione, aveva gradualmente smantellato il
sistema mastro-apprendista ereditato dal Medioevo. Ma tale sistema non
aveva solo una funzione strettamente professionale; attraverso di esso,
infatti, il giovane imparava qualcosa di più che una semplice attività:
veniva educato, disciplinato, istruito nei saperi necessari alla vita
quotidiana e sociale. Sul campo, parte della socializzazione del bambino
si realizzava in famiglia: l’urbanizzazione e la distruzione del
modello famigliare tradizionale interruppero secoli di tradizioni. Quando
nel 1841 il re del Belgio, Leopoldo I, difese la causa dell’istruzione
pubblica, egli insistette soprattutto sull’idea che si trattasse di
una “questione di ordine sociale".[2] Con
l’ascesa del movimento operaio organizzato e con il pericolo che
questo rappresentava per l’ordine stabilito, le classi dirigenti
assegnarono progressivamente alla scuola promaria del popolo una seconda
missione ideologica: assicurare un minimo di coesione politica alla
società. In Francia, Jules Ferry fundó la Scuola repubblicana
attraverso la Comune di Parigi: " Attribuiamo allo Stato l’unico
programma che possa vere in materia di insegnamento e di educazione. Si
occupa di questi assunti al fine di mantenere una certa morale dello
Stato, certe dottrine dello Stato che servono per la sua
conservazione".[3]
Tra queste dottrine, il patriottismo aveva il posto più
importante e le barbarie della Grande Guerra attestano l’efficacia
mortale che l’istruzione pubblica ha avuto in qualità di apparato
ideologico dello Stato. Parallelamente a questa scuola primaria,
destinata ai figli del popolo, l’insegnaento secondario del XIX secolo
costruiva un programma per i figli delle classi dominanti. Essa doveva
dotarle dei saperi che gli avrebbero permesso di occupare i ruoli
dirigenti nella società borghese. Legittimava il potere e contribuiva a
forgiare i suoi strumenti. Ma,
a partire dall’inizio del XX secolo, l’evoluzione della tecnologia
industriale, la crescita delle amministrazioni pubbliche e lo sviluppo
degli impieghi commerciali fanno rinascere la domanda di mano d’opera
più qualificata. Se per la maggioranza dei lavoratori bastava una
scolarizzazione di base, alcuni, senza dubbio, dovevano acquisire una
maggiore qualificazione professionale e, per questo, un ritorno
all’apprendistato tradizionale non sarebbe stato sufficiente. Il
sistema educativo si aprì, a partire da questo momento, a sezioni
“moderne”, tecniche o professionali. Per forza di cose, la Scuola si
convertì in una macchina di selezione. I risultati finali degli studi
primari determinavano largamente chi, tra il popolo, avrebbe avuto il
privilegio di andare avanti negli studi secondari e si sviluppò,
quindi, un discorso meritocratico nel quale l’insegnamento si
trasformava in un metodo di promozione sociale per “i più dotati” o
i “più meritori”. LOS
TREINTA GLORIOSOS
Il
programma economico della Scuola si impone in primo piano dopo la
seconda guerra mondiale, in un contesto di crescita economica forte e
duratura, di innovazione tecnologica pesante e di ampio respiro -
elettrificazione delle linee ferroviarie, infrastrutture portuali e
aereoportuali, autostrade, industria nucleare, telefonia, petrolchimica.
I settori che erano stati da sempre grandi consumatori di lavoro manuale
poco qualificato, subirono pesanti perdite occupazionali. In Bergio, per
esempio, l’agricoltura perse, tra il 1953 e il 1972, il 52% dei suoi
addetti non salariati. Il settore del carbone (-78%) e delle miniere
(-39%) seguirono la stessa sorte. Ma queste perdite furono ampiamente
compensate dalla crescita dell’occupazione in altri settori. In primo
luogo nell’industria: siderurgia (+10%), chimica (+36), elettronica ed
elettrotecnica (+99%), impresa (+39). Analogamente, nel settore dei
servizi: banche (+131%), autotrasporti (+130%), amministrazioni
pubbliche (+39). Pertanto, il momento non solo esigeva una crescita
della manodopera salariata ma, soprattutto, una generale elevazione del
livello generale di istruzione dei lavoratori e dei consumatori. Questa
elevazione fu assicurata dalla massificazione, fatta a tappe forzate,
dell’insegnamento decondario e,
in misura minore, dell’insegnamento superiore. (·)
Riferimento ai 30 anni di rafforzamento capitalista e della nascita
della così detta classe benestante. In
generale non fu necessario legiferare per prolungare la durata della
scolarizzazione. La
percezione da parte dei genitori e dei giovani del cambiamento nella
composizione degli impieghi e la loro speranza di promozione sociale,
stimolarono la domanda di insegnamento secondario e superiore. Derubati
da queste speranze, gli operai qualificati passarono ad occupare, nella
gerarchia sociale, la posizione che, trent’anni prima, era occupata da
quelli non qualificati. Ma contribuirono senza dubbio nella corsa a
mantenere la motivazione scolastica di una generazione di figli del
popolo. C’è
da sottolineare che questo si fece a carico dello stato che, comunque,
disponeva dei mezzi necessari: la crescita duratura e la stabilità
economica rendevano possibile una crescita parallela delle entrate
fiscali e degli investimenti pubblici a largo spettro. Alla
fine degli anni 70, nell’Europa occidentale, le spese pubbliche per
l’educazione passarono dal 3% del PIL degli anni 50, al 6% e, a volte,
fino al 7% come in Belgio,. L’insegnamento pubblico si sviluppò in
tutte le direzioni. Nei paesi con forte tradizione confessionale, questa
si ritrovò sottomessa ad un crescente controllo da parte dello stato in
cambio di una funzione più favorevole. Il
ritmo di questa massificazione è stato impressionante. In Francia il
numero di Baccillerati in una sola generazione passò dal 4% del 1946 a
più del 60% alla fine degli anni 80[4].
In Belgio, tra il 1956 e il 1978, il tasso di partecipazione
all’insegnamento tra i giovani di 16-17 anni duplicò passando dal 42%
al 81%.[5] Nel
corso di tutta questa epoca, l’intersse padronale sull’educazione fu
soprattutto di tipo quantitativo. Era necessario un maggior numero di
giovani che frequentasse gli studi secondari e superiori. Serviva una
educazione quantitativa migliore nei diversi rami e necessità del
mercato del lavoro. Da questo momento, gli aspetti qualitativi
dell’adeguamento dell’insegnamento all’economia – obiettivi,
contenuti, metodi, strutture – si trasformarono in questioni di minore
importanza. L’insegnamento secondario che si massifica tra il 1959 e
il 1980 ma, fondamentalmente, non cambia molto. A valutare alcune
velleità di riforme, i suoi curricula continuano ad essere
sostanzialemtne gli stessi dei decenni precedenti, almeno nei rami
dell’insegnamento generale. Ma
questa massificazione dà ugualmente un impulso al programma del sistema
educativo come strumento riproduttore di stratificazione sociale. Dal
momento in cui tutti hanno accesso all’insegnamento secondario,
l’essenziale della selezione sociale non si realizza più
“spontaneamente” alla fine dell’insegnamento primario, ma proprio
nella scuola secondaria. In altri tempi, salvo rare eccezioni, solo i
figli delle elites seguivano studi umanistici classici che portavano
all’educazione superiore. Le classi medie facevano studi secondari
“moderni”. I figli del popolo finivano di studiare dopo le primarie
o, più raramente, facevano studi secondari tecnici o professionali. La
massificazione degli anni 50-80
va a toccare questo solido equilibrio “naturale”. A partire da
questo momento, i ragazzi entrano in massa negli “atenei” e negli
istituti: molti sperimentano il destino dell’insegnamento generale,
dato che la domanda di mano d’opera qualificata, per esempio nel
settore dei servizi e dell’amministrazione, sembra offrire prospettive
di promozione sociale. Per
forza di cose, adesso la selezione va ad effettuarsi negli anni seguenti
della scuola secondaria. Di contro, la massificazione si trasforma in
massificazione del dissesto scolastico e del numero di ripetenti, una
nuova forma di selezione gerarchizzante che continua ad essere,
soprattutto, selezione sociale. Quindi tutti accedono
nell’insegnamento secondario, entrano negli itinerari comuni ma, oggi
come ieri, ad uscirne vittoriosi sono i figli delle classi favorite,
quelli che superano gli studi più “nobili” e che fanno le carriere
superiori più valorizzate e prestigiose. La scuola si converte quindi,
secondo l’espressione di P. Bourdieu, in una macchina
“riproduttrice” delle diseuguaglianze sociali. Insistiamo:
bisogna parlare di massificazione non di democratizzazione
dell’insegnamento, nonostante i discorsi ufficiali si compiacciano nel
confondere questi concetti. Se
il livello di accesso all’insegnamento si è effettivamente innalzato
per i ragazzi di tutte le categorie sociali, non per questo sono
diminuite le diseuguaglianze relative. Così l’Istituto Nazionale di
Statistica (INSEE) ha dimostrato che in Francia la mobilità sociale non
è cambiata affatto: per il figlio di un quadro rispetto a quella del
figlio di un operaio, la probabilità di ottenere un diploma superiore
è, oggi come 30 anni fa, più
o meno di 10 a 8.[6]
Nel periodo 1951-1955, gli studenti di origine popolare erano il
18% degli effettivi dell’ENA e il 21% di quelli dei Politecnici
(Facoltà di elites francese da dove escono la maggior parte degli alti
funzionari e dirigenti politici francesi) Nel periodo 1989-93 non erano
più del 6% e dell’8% rispettivamente. Nella comunità fiamminga
belga, solo per citare un altro esempio, i ricercatori Centrum voor
social Beleid hanno osservato ugualmente “lo stesso
distanziamento tra la partecipazione dei figli di famiglie molto e poco
scolarizzate all’istruzione”.[7]
Un
nuovo contesto económico
Le
condizioni che avevano permesso la massificazione dell’insegnamento
secondario e, in proporzione minore, di quello superiore, cominciano ad
entrare messe in crisi con la crisi economica che si manifesta a metà
degli anni 70. In un primo momento, gli effetti della crisi economica
saranno principalmente i presupposti della crisi dei sistemi scolasctici.
La crescita della spesa pubblica nella quale l’educazione occupa, a
partire da questo momento, una posizione preponderante, inizia a frenale
bruscamente: nei paesi in cui lo stato si era indebitato nei tempi delle
“vacceh grasse” è il momento dell’austerità. In Belgio le spese
per l’educazione calano rapidamente dal 7% del PIL a poco più del 5%
alla fine degli anni 80. Senza dubbio non si mettono subito in questione
i pilastri principali delle politiche educative: gli apparati
istituzionali ed economici sperano ancora che la crisi sia breve e che,
al termine delle risrutturazioni, indispensabili, ricominci la crescita
economica forte e durevole del “trentennio glorioso”. Bisognerà
aspettare la fine degli anni 80 perché queste speranze svaniscano e i
dirigenti dei paesi capitalisti prendano piena coscienza del nuov
contesto economico e dei nuovi compiti che questo impone
all’insegnamento. Vediamo
queli sono le carattersitiche di questo contesto. Il
primo elemento che dev’essere considerato e quello legato
all’innovazione tecnologica. L’accumulazione delle conoscenze porta
ad una accelerazione costante del ritmo dei cambiamenti tecnici. Nella
loro corsa competitiva, le industrie ed i servizi si appropriano di
queste innovazioni per ottenere una maggiore produttività o per
conquistare nuovi mercati. A sua volta, la guerra tecnologica aggrava la
competizione tra imprese, cosa che si traduce in fusioni,
ristrutturazioni, razionalizzazioni, chiusura delle fabbriche e
spostamenti di imprese. La fuga in avanti verso la mondializzazione e la
globalizzazione capitalitica, favorita anche dallo sviluppo delle
tecnologie della comunicazione, non fa altro che accentuare questa lotta
al coltello tra imprese, settori e continenti. . A sua volta,
l’acuirsi della lotta tra le imprese che competono tra loro spinge
fortemente gli industriali ad accelerare lo sviluppo e la introduzione
delle nuove tecnologie nella produzione e nei mercati di massa.
C’erano voluti 54 anni perché il settore degli aereotrasporti
riuscisse a conquistare il il 25% del proprio mercato attuale; al
telefono ce ne vollero 35, alla televisione 26. Il personal computer ha
conquistato la quarta parte del suo mercato in 15 anni, il telefonino in
13 anni e internet in appena 7 anni. Così, l’ambiente economico,
industriale, tecnologico è diventato più instabile, più cangiante e
più caotico che mai. L’orizzonte della prevedibilità economica si
riduce fino a cessare. La
seconda caratteristica essenziale della ”nuova economia” è riferita
all’evoluzione del mercato del lavoro. L’instabilità economica si
traduce, in primo luogo, in una precarietà sempre maggiore
dell’impiego. In Francia, il lavoro precario accomuna più del 70% dei
giovani che cominciano la propria vita attiva. Solo negli anni 1994-95,
il numero di contratti a tempo determinato è praticamente raddoppiato. [8]
I lavoratori si vedono obbligati a cambiare regolarmente posto di
lavoro, di impiego e anche di attività. Gli
impieghi non solo sono instabili: anche la loro normalità cambia. E’
stato detto e ripetuto: la “nuova economia” reclama una crescita
impressionante del numero di informatici, ingenieri, specialisti di
mantenimento dei sistemi informatici e di gestione dei programmi. E’
l’aspetto più conosciuto, per l’essere il più ripetuto, della
evoluzione del mercato del lavoro. Senza dubbio si tratta solo della
punta dell’icesberg, Si insiste molto meno sull’altro aspetto di
questa evoluzione: la crescita ancora più esplosiva degli impieghi di
basso livello di qualificazione. Sono
passati dieci anni da quando, negli Stati Uniti, l’informativa FAST II
sull’impiego aveva dimostrato che, a capo delle professioni con
maggior tasso di crescita si trovavano: gli spazzini, gli infermieri, i
venditori, i cassieri e i camerieri. L’unico impiego di carattere
tecnologico, quello di meccanico, si trovava in ventesima ed ultima
posizione.[9] Più
recentemente, uno studio di prospettiva del Ministero americano del
lavoro, che si occupava del periodo 1998-2008, mostra che la tendenza si
rafforzerà nei prossimi anni. Certamente, i posti di ingegnere e le
relative occupazioni cresceranno in percentuale. Così, dei 30 impieghi
rispetto ai quali lo studio prevede la più importante crescita nominale
(a dire, in numero assoluto di impieghi), 16 sono del tipo “short term
on the job training”(formazione di breve durata “nel proprio luogo
di lavoro”). Tra questi si trovano: posti da venditori, da guardia, da
recezionista, da ausiliario sanitario, di personale da mantenimento, da
autista di camion e anche “per l’installazione di macchine
disptributrici di bibite e di alimenti” (250.000 nuovi posti di lavoro
soltanto in questo settore). Negli USA, su un totale stimato di 20
milioni di nuovi impieghi, da adesso fino al 2008, 7,6 milioni saranno
di questo tipo e 4,2 milioni richiederanno un bachelor (formazione
superiore di breve durata). La dualizzazione sarà percepibile anche nel
campo degli ingressi. Così il 35% degli impieghi sono inclusi nelle
categorie che oggi appartengono al quartile di ingressi superiori (il
25% dei più ricchi), ma un altro 39% forma parte del quartile inferiore
(il 25% dei più poveri). Solo un 14 e un 11%, rispettivamente,
appartengono ai due quartili intermedi corrispondenti alla classe
operaia tradizionale ed alle classi medie.[10] In altre parole: gli estremi crescono, i settori
intermedi si riducono. Infine,
la terza caratteristica dell’ambito economico, conseguenza
dell’esacerbazione delle lotte di competizione e della curva di
crescita economica, è l’abbandono del compromesso tra lo stato e i
servizi pubblici. I ceti economici fanno pressione sui governanti perché
diminuiscano la pressione fiscale, tanto sui benefici delle imprese e
sugli ingressi di capitale, tanto sugli ingressi del lavoro, considerato
che questo aumenta il margine di manovra e la negoziazione sui salari.
Secondo la Tavola Rotonda degli Industriali Europi, conviene
“utilizzare la quantità molto limitata di denaro pubblico come
catalizzatore per sostenere e stimolare le attività del settore
privato”[11]
Nonostante vogliano farlo, cosa chegià non è molto abituale, le
autorità politiche difficilmente sono in grado di resistere a queste
pressioni, dato che la mondializzazione dell’economia rende il
processo di “defiscalizzazione competitiva” terribilmente efficace.
Instabilità
e imprevedibilità delle evoluzioni economiche, dualizzazione delle
qualifiche richieste dal mercato del lavoro, crisi ricorrenti delle
finanze pubbliche sono le principali forze che determinano, al passaggio
tra gli anni 80 e 90, una revisione di fondo delle politiche educative. Fine
della “massificazione
La
dualizzazione del mercato del lavoro si deve riflettere in una parallela
dualizzazione dell’insegnamento. Se il 50-60% delle proposte
d’impiego non esige altro che lavoratori poco qualificati, non è
economicamente vantaggioso continuare con una politica di massificazione
dell’insegnamento. E’ questo, e i pensatori dell’economia
capitalista lo sanno bene, il punto più delicato delle riforme della
scuola. Almeno sul piano della tattica politica. In un documento
pubblicato nel 1996 per i servizi di studio dell’OECD, Christian
Morrison indicava come i governanti dovevano farlo, con una chiarezza ed
un cinismo notevoli. Una volta esaminate alcune opzioni irrealizzabili
l’ideólogo di questo organismo di riflessione strategica del
capitalismo mondiale continuava: “dopo questa descrizione de misure
rischiose, si possono consigliare, al contrario, numerose misure che non
creano alcuna difficoltà politica, (…) Se si diminuiscono le spese
per il funzionamento di scuola e università, bisogna fare in modo che
non si diminuisca la qualità del servizio, ancora a rischio che la
qualità si abbassi. Si
possono ridurre, per esempio, i finanziamenti per il funzionamento della
scuola o delle università, ma sarebbe pericoloso ridurre il numero di
immatricolazioni. Le famiglie reagirebbero violentemente se non si
permette ai loro figli di immatricolarsi, ma non faranno fronte ad un
abbassamento graduale della qualità dell’insegnamento e la scuola può
progressivamente e puntualmente ottenere un contributo economico dalle
famiglie o eliminare alcune attività. Questo si fa prima in una scuola
e poi in un'altra, ma non in quella accanto, in modo da evitare il
malcontento generalizzato della popolazione.”[12] [1] Comisión europea; Rapport du Groupe de Réfléxion sur l'Education et la Formation "Accomplir l'Europe par l'Education et la Formation" Resumen y recomendaciones, diciembre de 1996. [2] Citado por K. De Clerck, Momenten uit de gesdchiedenis vanhet Belgischonderwijs, De Sikkel, Antwerpen [3] Citado por Edwy Pénel en Le Monde del 14 de setiembre de 1980. [4] INSEE-Première, nº 488, septiembre 1996. [5] Anne Van Haetch, L’enseignement rénové, de l’origine à l’éclipse, éditions de l’ULB, Bruxelles 1985. [6] INSEE-première, nº 469 julio 1996. [7] Barbara Tan , Blijvende sociale ongelijkheden in het Vlaamse onderwijs, CSB_Berichten, Antwuerpen, mayo 1988. [8]
L’insertion profesionnelle des jeunes lycéens:
Nota informativa del Ministerio de la Educación nacional, la Investigación y la Tecnología 18 de junio de
1998 ISSN 1286- 9392, situación a 1 de febrero de 1997. [9] Le Monde Diplomatique, 1 de enero de 1995. [10] Montly Labor review, noviembre 1999 [11] ERT, Construire les autoroutes de l’information pour repenser l’Europe, un message des utilisateurs industriels, junio 1994 [12] Morrison Christian, La Faisabilité politique de l’ajustement, Centro de desarrollo de la OCDE, Cuaderno de política económica nº 13 OCDE 1996. |