Riforme scolastiche e globalizzazione (traduzione a cura di Paola Capozzi)Los tres ejes de
la mercantilización escolar
Se
la mercificazione della scuola non ha posto fine al suo programma di
apparato ideologico, bisogna riconoscere che, su questo terreno, la si
ritrova situata in secondo piano o sostituita da altri strumenti:
stampa, pubblicità, radio, cinema e, soprattutto, televisione. Per un
altro verso, nel campo proprio della formazione del cittadino, chi
adesso si trova al centro delle attenzioni scolastiche è il
consumatore. La creazione di nuovi mercati di massa, collegati alla
tecnologia emergente, è possibile solo a condizione che i clienti
potenziali abbiano acquisito le conoscenze e le competenze che gli
permettano di esplorare questi prodotti, e che abbiano superato le
proprie paure. Il freno maggiore allo sviluppo del commercio elettronico
in Internet, per esempio, sembra essere più di ordine psicologico che
tecnico. Senza dubbio, secondo l’impresa Merryl Lynch, questo settore
dovrebbe rappresentare un mercato di
500.000 milioni di dollari entro la fine del 2002. La Comissione
Reiffers, fondata da Edith Cresson all’inizio degli anni 90, nel
riflettere sul futuro dell’educazione europea si preoccupa: “Si può
dubitare che il nostro continente mantenga la posizione industriale che
gli compete in questo nuovo sistema, se i nostri sistemi educativi non
si pongono rapidamente all’altezza necessaria. Lo sviluppo di queste
tecnologie, in un contesto di forte competizione internazionale, ha
bisogno di effetti di scala in grado di esprimersi fino in fondo. Se il
mondo dell’educazione e della formazione non li utilizza, il mercato
europeo si trasformerà troppo tardi in un mercato di massa”[27]
. Un mese dopo, nel corso di una conferenza davanti ad un pubblico di
industriali delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione,
Edith Cresson dichiarava: “ Il mercato europeo continua ad
essete troppo ristretto, troppo frammentato. Il numero ancora troppo
basso di utenti e creatori penalizza la nostra industria. ( ... ) Per
quello era indispensabile prendere un certo numero di iniziative per
aiutarlo e stimolarlo. Questo è l’obiettivo del piano d’azione
“imparare nella società dell’informazione” di cui la commissione
si è dotata nell’ottobre del 1996. Questo ha due ambizioni
principali: da una parte, aiutare le scuole europee ad accedere alle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione il pù rapidamente
possibile e, dall’altra, accelerare l’emergenza e dare al nostro
mercato la dimensione di cui necessita la nostra industria”[28]. Il
piano d’azione” imparare nella società dell’informazione” è il
grande progetto europeo al quale Claude Allègre destina 15 milioni di
franchi francesi per fornire i collegi
e gli istituti di computer connessi alla rete Internet, al quale
la Regione Vallona destina 3.000 milioni di franchi belghi per
attrezzare la scuola francofona “ciberclases” e nell’ambito del
quale la Deustche Telekom sottoscrive un partenariato con il Ministero
tedesco dell’educazione per accelerare l’acquisizione dei TIC da
parte degli edifici scolastici. Le
parole di Edith Cresson erano confidenziali ed erano state pronunciate
davanti ad un assemblea padronale nel 1997. Tre anni dopo, nel corso del
Vertice europeo di Lisbona, già non ci sono più tanti scrupoli. Come
recuperare il ritardo dell’Europa relativamente alle TIC e al
commercio elettronico, si chiedevano i ministri riuniti sotto la
presidenza portoghese? E la risposta fu unanime: e-learning, cioè:
introduzione massiccia delle tecnologie informatiche nelle strutture
scolastiche. L’entrata
dei mercati nella scuola è un altro segno di questa tendenza
all’utilizzo dell’insegnamento per appoggiare i mercati. Del
pacchetto tecnologico “colazione salutare”, prodotto dalla Nestlè,
alle videocassette su “il funzionamento dell’impresa moderna”,
realizzate esclusivamente con immagini della fabbrica della Coca Cola di
Dunkerque, passando per i “masters
in economia“ del grupbo bancario CIC, i centri scolastici si vedono
innondati dalle generose offerte di patrocini e di materiale didattico
gratuito. Una società francese di marketing specializzata nel mercato
giovanile che si chiama, modestamente, L’Institut de l’Enfant, ha
calcolato che il consumo delle famiglie è influenzato dai giovani per
il 43% . Questo rappresenta, per la Francia, un mercato di 600 000
milioni di franchi (90.000 millones de euro). Per
questo, come scrive il periodico delle classi dirigenti Les Echos,
“ l’ambito scolastico e, soprattutto, la garanzia
dell’insegnante, per un marchio rappresentano un fattore di credibilità
inestimabile”[29]. Alla
fine del 1998, la Comisssione europea diffondeva un documento informale
su “Il marketing nella scuola” prodotto, a richiesta, dalla società
di... di marketing (!) GMV Conseil. Il documento finisce con una serie
di conclusioni e di raccomandazioni che rappresentano un riconoscimento
ufficiale in piena regola del diritto all’entrata dei marchi nella
scuola. “Senza mezzi di protezione, con la penetrazione del marketing
nella scuola, si corre il rischio di
atrofizzare il senso critico degli studenti, di provocargli
frustrazioni, di fargli percepire la società in modo impoverito e di
fomentare le loro attitudini agli stereotipi. Ma con mezzi di protezione
si eviteranno queste trappole e compariranno i vantaggi: sicuramente
quelli materiali per alcuni sistemi scolastici con una cronica carenza
di fondi, ma anche quelli pedagogici, dato che la penetrazione del
marketing nella scuola, da una parte apre al mondo dell’impresa e alla
realtà della vita e della società e,
dall’altra, permette di educare gli studenti relativamente alle
questioni di consumo in generale e alle tecniche publicitarie in
particolare. (...)” Per
consentire al che la scuola tragga il massimo beneficio finanziario e
pedagogico dalle azioni di marketing al proprio interno e per impedire
gli effetti “all’americana”, lo studio raccomanda (….): di
mantenere la pressione sulle imprese affinchè continuino a produrre
materiale di qualità secondo i criteri definiti precedentemente; (….) Deregolamentazione
Una
volta raggiunti gli obiettivi educativi, si pone la domanda: come
organizzare l’insegnamento in modo che li si possa raggiungere?
Nuovamente, il termine finale della risposta sarà “flessibilità”. Non
solo il lavoratore deve essere flessibile, adattabile e competitivo: il
sistema in quanto tale deve dotare se stesso delle suddette
caratteristiche. Per ricordare un’immagine che piaceva molto a
Laurette Onkelinckx, ex
ministro dell’Educazione della comunità belga francese, bisogna
abbandonare “la pesante nave” dell’insegnamento diretto dallo
stato e sostituirla con una “flotta di piccole navi più facili da
governare”. La metáfora è più esplicita di quello che il ministro
pensaba: il risvolto vero, in effetti, è che gli altri saranno relegati
a una flottiglia di barche a remi. Già
nel 1989, la Tavola Rotonda degli Industriali europei scriveva che
“l’amministrazione della scuola (è) dominata dalle esigenze
burocratiche. Le pratiche amministrative sono troppo rigide per
permettere ai centri d’insegnamento di adattarsi ai cambiamenti
richiesti dal rapido sviluppo delle moderne tecnologie e delle
ristrutturazioni industriali e terziarie”. [30] Analogamente, per l’OECD, “il sistema scolastico
deve sforzarsi per ridurre i propri tempi di risposta utilizzando
formule più flessibili
della funzione pubblica, per creare o chiudere sezioni tecniche o
professionali, utilizzare personale competente, o disporre delle
strutture necessarie”[31] L’aumento
dell’autonomia delle strutture scolastiche gli offre un maggior
margine di manovra per adattarsi non solo alle aspettative dei mezzi
economici; anche a quelle della società e dei genitori, si potrebbe
aggiungere. Sicuro. Ma in un contesto in cui la competizione per
l’accesso all’impiego di maggiore qualità è ogni giorno maggiore,
le aspettative degli impresari influiscono inevitabilmente
sull’intervento dei genitori (nei consigli di rappresentanza o in
altri ambiti). L’autonomía
permette soprattutto di stabilire partenariati con le imprese ( e
stimola a farlo nella misura in cui questi possono convertirsi in
patrocini, benvenuti in questi tempi di presupposta penuria). Così,
secondo l’informativa della CE gli “ conviene lanciare il laccio
nell’ambito economico, alle imprese e gli imprenditori più
concretamente, per migliorare la comprensione delle necesità di questi
ultimi e ampliare, così, l’impiegabilità degli studenti”. Fin dal
1995, nel suo Libro bianco la Commissione indicava che “i
sistemi più decentralizzati sono anche i più flessibili, quelli che si
adattano più rapidamente e che consentono lo sviluppo di nuove forme di
partenariato”[32]. Questi
partenariati pretendono, in modo esplicito, l’introduzione nella
scuola di ciò che vergognosamente viene chiamato “lo spirito
d’impresa”. In effetti bisogna sottolineare che la flessibilità che
si richiede al lavoratore non si limita solo al piano strettamente
professionale. Si tratta anche di accettare i nuovi metodi di
organizzazione del lavoro: produzione, flessibilità, lavoro notturno,
orari variabili. Questo esige di “responsabilizzare” il lavoratore,
cioè di inculcargli l’idea che il suo stesso interesse si identifica
con quello del padronato. La CE lamenta che “ i temi d’insegnamento
si concentrino sulla trasmissione delle competenze professionali,
lasciando che l’apprendistato delle attitudini professionali si
realizzi in una forma più o meno aleatoria. Senza dubbio
è possibile migliorare queste attitudini in forma parallela
all’insegnamento delle competenze professionali, facendo questo
indirettamente per mezzo dell’insegnamento”[33]
A questo punto interviene la collaborazione con le imprese. Così l’OCSE
stima che il maggior vantaggio che si può trarre dall’insegnamento,
in alterantiva, sia: “ imparare ad essere membri di un gruppo di
lavoro, ad accettare a ricevere ordini e a lavorare con gli altri. Si
tratta anche di capire meglio il ritmo del lavoro e di essere disposti a
rispondere a esigenze diverse durante le tappe successive di una
carriera professionale”[34] La
volontà di derogolamentare colpisce anche le forme di diploma. In un
contesto di rapida rotazione della manodopera, il padronato desidera,
come abbiamo visto, flessibilizzare il mercato del lavoro. Questo è
oggi regolato fortemente dal sistema di qualificazione e di diploma che
dà luogo a negoziati collettivi a garanzia dei salari,
delle condizioni di lavoro e della protezione sociale. Per
distruggere questo “rigido sistema” le classi economiche difendono
la necessità di introdurre certificazioni “modulari”. Queste hanno
il doppio vantaggio di consentire un reclutamento più blando (che
esercita una maggiore pressione sui diritti sociali) e di costituire una
iniziazione per gli “aspiranti” affinchè privilegino nei propri
curricula tutti gli elementi che possono essere efficaci (realmente o
presuntamente) in termini di occupazione. In
Germania, il piano d’azione nazionale per aumentare il numero di posti
scolastici prevede che “gli studenti che non approvano completamente i
loro esami finali, otterranno certificati di qualificazione parziali
spendibili sul mercato del lavoro”[35]
In Francia, la Carta “Un lycée pour le XXIe siècle” propone
che nell’insegnamento professionale “i diplomi (siano) oggetto di
modalità di certificazione modulare adatta alla diversità degli
accessi relativi alla qualificazione dei candidati”[36].
Anche in Belgio il Décret sur les missions de l’enseignement
obligatoire, prevede che gli studenti potranno, in un futuro
prossimo, farsi certificare “moduli” di formazione anche qualora non
abbiano seguito o approvato l’insieme delle materie. Al fine di
uniformare questo flessibile riconoscimento delle competenze
nell’ambito dei paesi membri della UE, la Commissione europea ha preso
l’iniziativa di intraprendere una serie di ricerche sulla fattibilità
di una “carta delle competenze” elettronica, la famosa “skill’s
card”[37]. La
scuola autonoma, precursore della scuola di mercato
Dalla
creazione del suo gruppo di lavoro Education, nel 1989, la Tavola
Rotonda degli Industriali non ha smesso di “incoraggiare modalità di
formazione meno istituzionali, più informali”[38].
La lobby padronale europea è stata perfettamente ascoltata. I sistemi
di insegnamento di tutti i paesi europe,i e a tutti i livelli, seguono
grosso modo la stessa evoluzione verso una maggiore autonomia e verso
una maggiore specializzazione tra i centri di studio.
Un informativa della cellula europea Eurydice sottolinea il
carattere internazionale di questo movimento di “liberazione” del
tessuto scolastico: “Le riforme apportate all’amministrazione
generale del sistema scolastico, si riassumono principalmente in un
movimento progressivo di decentralizzazione e delega dei poteri verso la
società. Praticamente, tutti i paesi interessati hanno introdotti nuove
regolamentazioni che dislocano il potere decisionale dallo stato
centrale alle autorità regionali, locali, comunali e, da queste, ai
singoli centri di insegnamento”[39]. In
questi momenti, dice l’OCSE, “ si ammette che l’apprendistato si
sviluppi in contesti multipli, formali ed informali” e precisa che
“la globalizzazione - [40]económica,
política e culturale- rende obsoleta l’istituzione localmente
radicata e inserita in una determinata cultura che si chiama “la
Scuola” e che, allo stesso tempo, spetta all’”insegnante”” I
guru della Commissione europea sono ancora più espliciti, dato che
stimano che “è arrivato il momento dell’educazione fuori della
Scuola e della liberazione del processo educativo che così, se reso
possibile, porterà ad un controllo da parte di fornitori di educazione
più innovatori delle strutture tradizionali.” [41] Evidentemente
quello di cui si tratta qui è dell’insegnamento privato mercantile,
dell’educazione “for profit” come dicono gli anglosassoni. Lo
sviluppo della domanda di formazione durante tutta la vita favorisce la
sua ascesa ed assicura il superamento progressivo delle soglie di
redditività. Sarebbe inspiegabile se non ci si lanciasse, prima o poi,
alla conquista dell’insegnamento di base. “Le evoluzioni multiple
che si sono rese necessarie per le trasformazioni economiche e
tecnologiche non permetteranno che i sistemi scolastici e i poteri
pubblici si assumano da soli la preparazione iniziale e la formazione
continua della manodopera” dice l’OCSE. Pertanto bisogna
“incontrare un settore di responsabilità che, dipendendo dalle
particolarità di ogni paese, garantisca al tempo stesso la qualità e
la flessibilità degli insegnamenti e delle formazioni ”.[42] EDUCATION
BUSSINES+
La
spesa totale per l’educazione ammonta all’ingente somma di 2
miliardi di dollari, cioè a più del doppio del mercato mondiale
dell’automobile. Da mettere l’acquolina in bocca a molti investitori
che cercano dove piazzare i loro capitali in forma redditizia. E
soprattutto in investimenti con un profitto durevole, come hanno
dimostrato i clamori borsistici delle “start-up”
neotecnologiche. Privatizzare l’insieme di questi due miliardi a breve
periodo e quasi impensabile. Senza dubbio, con l’azione congiunta
della diminuzione dei finanziamenti pubblici, della domanda di
formazione nel corso di tutta la vita e della deregolamentazione
amministrativa e finanziaria dell’educazione e dei servizi connessi, i
soldi stanno cominciando a cadere, poco a poco, nelle mani della
“Education Bussines”
Per
la consulente americana Eduventures, gli anni 90 “resteranno nella
memoria per aver permesso che l’insegnamento di mercato (“for-profit
education”) arrivasse a maturazione. Le fondamenta della vibrante
industria educativa del XXI secolo – iniziative imprenditoriali,
innovazione tecnologica e opportunità di mercato – hanno iniziato a
fondersi aumentando la propria massa critica ”[43]. Gli analisti del Merryl Lynch ritengono che il
settore scolastico oggi presenti caratteristiche simili a quelle del
settore sanitario durante gli anni 70: un mercato gigantesco e molto
frammentato, una bassa produttività, uno scarso livello tecnologico che
non chiede altro che di aumentare, un deficit di direzione professionale
e un tasso infimo di capitalizzazione (15.000 millones di dollari
nell’UE per un mercato di capitale di più di 16 miliardi). Tutto
questo porta la società del valore alla conclusione che la situazione
è matura per una vasta privatizzazione commerciale. Merryl Lynch cita,
inoltre, tra i fattori che stimolano la crescita di questo mercato
"l“insoddisfazione dei genitori relativamente all'insegnamento
pubblico". Quindi, quelli che hanno i mezzi finanziari per evitare
le scuole statali senza soldi, costituiscono una formidabile riserva di
clienti per un Education Bussiness in piena crescita. Negli Stati
Uniti, un’informativa del National Center for Education Statistics
ha mostrato che, nel 1993, il 72% delle famiglie le cui entrate superavano i 50.000
dollari, mandavano i figli alle scuole private o cambiavano residenza
perché potessero studiare nella scuola pubblica da essi scelta..[44]
Sembra molto difficile disporre di stime globali su scala mondiale, ma
si sa che solo negli USA il mercato di questa nuova industria educativa
ammontava, nel 1998, a 82 000 milioni di dollari - 24 000 milioni di
prodotti, 30 000 milioni di servizi e 28 000 di ingressi dalle scuole di
tutti i tipi[45].
Un paese come l’Australia guadagna 55 000 milioni di franchi belgi
(7000 milioni di franchi) grazie alla esportazione dei suoi corsi di
formazione. La qualcosa suscitò, dall’altra parte, l’invidia
dell’ex ministro francese Claude Allègre, che istigò i suoi
compatrioti a conquistare a loro volta questo “grande mercato del XXI
secolo” . Conquistare? La Francia occupa attualmente il secondo posto
nel mercato educativo mondiale, soprattutto grazie alla sua posizione di
monopolio nel mondo francofono. [27] Comisión europea, Rapport du Groupe Réflexion sur l’Education et la Formation”Accomplir l’Europe par l’Education et la Formation” Resumen y recomendaciones, diciembre 1996. [28] Idem. [29] Les Echos nº 17563, 14 de enero de 1998 [30] Mesa Redonda de los Industriales Europeos, Education et compétence en Eeurope, Etude la Table Ronde Européenne sur l’education et la formation en Europe, febrero 1989 [31]
OCDE, Analyse des politiques d’éducation 1998 [32] Comisión de las Comunicades europeas, Enseigner et apprendre, Vers la société cognitive, Livre blanc sur l’éducation, Bruxelles, 29 noviembre 1995, pp 1, 24. [33] C, Objetivos concretos, op.cit. [34] OCDE, redefinir le curriculum: un enseignement pour le XXIe siècle, Paris 1994 [35] Nationaler Aktionsplan für mehr Lehrstellen, BMBF, 1998 [36] Claude Allègre, Un lycée pour le XXIe siècle, 4 de marzo de 1999 [37] Sobre este tema, leer : G de Sélys y N. Hirtt, Tableau Noir, Résister à la privatisation de l’enseignement, ediciones EPO Bruxelles 1998 [38] ERT, Les marchés du travail en Europe Les perspectives de création d’emplois dans la deuxième moitié des années 90, Bruxelles 1993. [39] Dix années de réformes au niveau de l’enseignement obligatoire dans l’union europénne ( 1984-1994), Eurydice [40] OCDE, Analyse des politiques de l’education, Paris 1998 [41] Rapport du groupe de réflexion sur l’éducation et la formation, op. cit [42] L’Observateur de l’OCDE, nº193 abril-mayo 1995 1/04/95 [43] Adam Newman, What is the education industry? Eduventures, enero 2000 [44] Choy, S:P (1997) Public and private schools: How do they differ? Washington, DC: National Center for Education Statistics (NSEC97-983) [45] Michael Barker, E-education is the New new thing, Edinvest, primer trimestre de 2000
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